Maria Dora venne su l'uscio in punta di piedi, senza badare a lui.
— Don Domenico, vuol prendere una tazza di caffè?
Il calmo prete sorrise alla fanciulla, e con un cenno le rispose di sì. Aveva un bel faccione, allegro lucido sostanzioso come un piatto ben condito; era lì per fare il suo mestiere, per vegliare un morto, come in altre occasioni gli toccava battezzare, maritare, assolvere, ossia far credere all'uomo in qualche modo che la vita sia davvero una cosa santa.
— E tu mamma, vuoi nulla? — domandò Maria Dora, carezzandole il capo.
— Nulla: ripósati un poco. Dora.
La fanciulla tirò il prete per la sottana, si mise a parlargli piano, ed uscirono. Tancredo li seguì.
La vista di una bella tavola sparsa di chicchere, con una grande caffettiera fumante, una grossa torta inzuccherata, gli allargò il cuore. Ma si tenne in disparte, perchè nella sala v'era molta gente ch'egli non conosceva. Solo ravvisò lo scemo, e gli sorrise come ad un amico. Finalmente Stefano ebbe la compiacenza di dirgli:
— Se vuol prendere un caffè, s'accomodi, signor Salvi.
Poi, ad uno ad uno gli ospiti se ne andarono, e per ultimo anche il prete si levò, dopo avergli offerta una presa di tabacco. Stava per alzarsi egli pure, quando lo scemo gli comparve dinanzi:
[pg!180] — Come ti chiami tu? — fece di punto in bianco, squadrandolo con una severità inquisitoria.