Egli aveva posto a caso la domanda, e solo perchè gli avevano ricordato il nome del Ferento. Ma s'accorse che la sua domanda non pareva loro altrettanto naturale, anzi osservò che il padre e la figlia s'erano guardati velocemente, con una certa perplessità.

— Erano amici sin dall'infanzia; erano quasi due fratelli, — Stefano rispose.

«Perchè mai — pensò Tancredo — s'erano guardati a quel modo?»

E nella mente gli tornò la sembianza di Andrea: una bella testa violenta, rigida, precisa, come un'arma d'acciaio bene affilata. — «Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, non è vero? E desidera vederlo? Venga, la condurrò.»

Così gli aveva detto nel riceverlo, senz'altre parole.

[pg!182] — Senta, e la moglie? — fece il Salvi dopo una pausa.

Di nuovo il padre e la figlia si guardaron in faccia rapidamente, quasi cercasser di nasconder l'uno all'altro il lor medesimo pensiero. Maria Dora, che stando seduta e ferma teneva i piedi allacciati l'uno all'altro fuor dalla balza della gonna, macchinalmente li disciolse; poi di nuovo li annodò; Stefano trasse di tasca la pipa e ne battè il fornello sul tallone per farne uscire un po' di cenere.

— Eh, capirà... — Poi disse, molto in fretta: — Desolata, desolata... Neppur lei non è stata felice, povera figliuola!

«C'è qualcosa nell'aria che non mi sembra naturale... — rifletteva Tancredo. — Non saprei cosa, ma certo il mio buon fiuto non m'inganna.» E gli parve che questo senso d'innaturalezza divenisse più immediato, più avvertibile, quando il Ferento appariva, o quando nei discorsi altrui fosse pronunziato il suo nome. Con quell'istinto particolare degli uomini che son usi a vivere di mezzi equivoci ed a speculare su le debolezze altrui, Tancredo s'accorgeva di respirare in un'atmosfera non limpida e gli pareva che un non so che d'ambiguo stringesse tutti gli abitatori di quella casa funesta.

Andrea si era seduto presso la tavola, sotto la luce dell'alto lampadario, e celermente leggeva un fascio di telegrammi, passandoli poi a Stefano con un moto meccanico.