Tancredo guardava quell'aspra fisionomia, gli pareva di temerla, ma insieme di sentirsene avvinto. Nel vederlo, comprese la fama che di lui correva, sentì con esattezza d'essere di fronte ad un uomo insolito, uno di quegli uomini destinati a produrre avvenimenti estremi e che raggiano da sè un fascio di potenza, benefica o dannosa, che li ricinge di solitudine come insieme li avvolge di splendore.

Molto spesso Tancredo aveva udito pronunziare il nome di Andrea Ferento. Era un uomo che, da un [pg!183] lato, riempiva di sè la vita scientifica del paese, dall'altro, con veementi libri, ne scuoteva le forze intellettuali; e quantunque avesse da parecchi anni abbandonata la battaglia politica, non ancor sopiti si eran gli odî acerrimi e gli amori tenaci ch'egli aveva suscitato e suscitava intorno a sè, agitando bandiere. In verità era piuttosto un pensatore che un tribuno, piuttosto un banditore d'idee che un uomo di parte. Nato con un cervello d'autócrate, amava per istinto la ribellione, amava la guerra del pensiero nuovo contro il pensiero antico, del domani contro la vigilia, dei rinnovatori contro i sofisti.

Dalla sua cattedra d'Università, nelle vibranti pagine de' suoi libri, egli cercava di rappresentare con immagini vive l'enorme fantasma del suo pensiero; logico, freddo, preciso, libero da influssi mistici come dalle pastoie di qualsivoglia sistema, non curava l'uomo soltanto per guarire la materia, bensì per indovinarla, e vedeva il problema della conoscenza umana ridursi grado per grado ad una catena di scoperte scientifiche.

«Uno scienziato sarà il Dio dell'umanità ventura...»

Tancredo Salvi si ricordava confusamente di aver letta questa frase nel «Dio lontano» — il libro del Ferento che, per la sua forma accessibile anche ai profani e per il suo contenuto suggestivo, si era più largamente divulgato nel pubblico; libro d'anarchismo e d'irreligione dov'egli cantava la Divina Inutilità.

E Tancredo ripensava queste pagine, mentr'era intento ad osservare quella fronte salda, maestosa, que' fini e lunghi sopraccigli pressochè non curvati, che stavan sopra gli occhi violenti come segni di volontà. Guardava la bella capigliatura, leggermente striata di bianco, l'orecchie di lui, piccole, ben raccolte contro il cranio, quasi prive di lobi, effeminate quasi nella sua maschilità. Considerava il mento saldo, la guancia ben contornata, la bocca dissimile dagli altri lineamenti, anch'essa un po' lieve, un po' delicata, [pg!184] in quella maschera così bene impressa di virile fermezza. Era vestito di scuro; semplicemente, ma con uno studio di eleganze quasi dissimulato, e si vedeva una camicia di lino, freschissima, con i polsini chiusi da quattro cerchi di zaffiri, «che gli stavan — pensò Tancredo — molto bene, molto bene...»

Gli tornò in mente la biondina, ch'era così leggiadra nel suo lieve abito nero, e poi l'altra, ch'era di sopra, la sua cognata vedova, l'erede...

Come costei fosse veramente, non ricordava più; gli parve solo che fosse molto bella, null'altro; che fosse alta, con le trecce d'un bel colore bruno dorato... null'altro. Le rade volte ch'era stato in casa di Giorgio, questi l'aveva ricevuto frettolosamente, nel suo studio, ed egli lo rivedeva sempre nell'atto di aprire con un certo mazzo di chiavi che si toglieva dalla tasca dei calzoni lo sportello d'una cassaforte massiccia e tenebrosa. Poi rinchiudeva meticolosamente la serratura... tric, trac... una quantità di ordigni che scattavano, e Giorgio tornava presso la scrivania, piano piano, senza guardarlo, senza dir nulla; cercava una busta, vi metteva dentro alcuni biglietti di banca, ingommava, bagnando il dito in una spugnetta, e gli posava la busta lì vicino, su l'orlo della scrivania, perch'egli la prendesse. Tutto questo in silenzio, molto piano, con una delicatezza tediata ma dolce. Poi si rannicchiava nel suo seggiolone, senza guardarlo, sfogliando un libro o qualche lettera, in attesa che se n'andasse.

«Addio, Giorgio... Grazie.»

«Addio.»