Suonava il campanello; un domestico, il quale forse aveva l'ordine di star fuori dall'uscio, entrava sùbito, l'accompagnava. Una volta, su lo scalone, incontrò la moglie. Tancredo si trasse da parte, le fece un grande inchino; ella curvò leggermente il capo e gli passò davanti con un fruscìo. Per lo scalone, dietro di lei, rimase un odore freschissimo di violette...
— Signor Salvi, mi perdoni, — fece d'un tratto il Ferento; — lei non era tempo fa nella redazione [pg!185] d'un giornale ebdomadario che si chiamava, mi pare, «Il Bisbiglio»?
Tancredo sobbalzò come se l'avesser côlto in fallo, e, cosa non frequente in lui, divenne leggermente rosso.
— Appunto, — rispose impacciato. Ma sembrandogli che il dire «appunto» fosse poco, soggiunse: — Appunto, per servirla.
— Vedo.
E si mise a tamburellar con le dita su la tovaglia. Dopo aver riflettuto, gli domandò ancora:
— Il giornale continua?
— No, è cessato.
Andrea trasse di tasca un bellissimo astuccio d'oro ed accese una sigaretta.
— Fuma? — domandò, avanzando verso Tancredo l'astuccio aperto.