— Volentieri, grazie.
Parlarono ancora un poco, poi Stefano andò a chiamare la Berta, perchè accompagnasse il signor Salvi nella sua camera.
Il poveraccio aveva fame; una fame dolorosa, iraconda. Nel suo cervello non faceva che riddare una visione pantagruélica di buone cose mangerecce; per di più, dalla prossima cucina filtrava, intorno alle sue narici vellicate, un odor proditorio di roba masticàbile. Tutte le rinunzie morali erano per lui più facili che quella di un pranzo, e l'idea della notte insonne, con i crampi allo stomaco, gli incuteva un terrore inesprimibile. Rimase un attimo in dubbio se confessare al vecchio i suoi tormenti, poi non ebbe il coraggio e si rassegnò. «Amen...» — concluse fra i denti, e mosse per le scale, dietro la ragazza che ad ogni gradino si puntava la mano sul ginocchio, dondolando. La sua nuca tonda e fulva, allacciata da un nastro di velluto, s'increspava, nel salire, come il collo carnoso d'una cagnetta mops.
Quando furon sopra, ell'aperse l'uscio di fondo nel corridoio e, mentr'egli stava per entrare, lo guardò con il suo riso di contadina furba e sciocca.
[pg!186] — Eccola servita. Questa è la sua camera.
Teneva una mano su la maniglia; con l'altra, paonazza, reggeva il lume.
— Come vi chiamate, ragazza?
— Berta, mi chiamo. Perchè?
— Tanto per saperlo, ragazza. E vi trovate bene in questa casa?
— Peuh... non c'è male.