Allora Maurizio, tirando i bracchi per il guinzaglio, mentre abbaiavano, girò dietro la casa per legarli ad un'inferriata.

— Ecco, son via, — disse mamma Francesca. — Vieni, Marcuccio; càlmati; non ci sono più: vieni.

Lo scemo si affacciò timoroso al limitare della sala e guatò in giro:

— Non si può lavorare! Anche i cani!... Son come le iene... Vogliono il cadavere, i cani... Via i cani!

E scalciava nel vuoto come se lo assalissero per intorno, feroci, abbaianti; finchè, piano, piano, strisciando a ritroso, di nuovo si rifugiò nel suo cantuccio.

— Badate, Maurizio... — ammonì Francesca, vedendogli posar lo schioppo in un angolo del loggiato.

— Non abbiate paura: ho tutte le cariche nella cartuccera, — egli rispose, battendosi la mano su l'ampia cintola. — E Giorgio come va?

— Lo stesso, o peggio, — Stefano rispose.

— Malinconie! — disse il giovinotto crollando il capo. — Malinconie! — Poi si fece animo e riprese il tono gioviale: — Sono in giro dalle cinque senza sparare un buon colpo. Ho tirato ad una lepre, ma i cani l'hanno mancata.

— Tanto meglio; vuol dire che rimarrà per me.