Entrò Maria Dora come un soffio di vento:

— Oh, l'indiano!

Lo chiamava così per il suo colorito scuro e per quell'aria di brigante che gli davan l'uose, la cartuccera, la giubba di frustagno.

— Servitor suo, signorina, — mormorò il giovinotto, un po' confuso.

[pg!16] — La Berta dice che il caffè bolle, ma non si vedono ancora nè Andrea nè Giorgio, — ella disse, facendo una smorfia con il musetto a quel ragazzone saldo e ruvido come un montanaro, che si era levato in piedi.

— Non dovevate aspettarmi, — rispose Giorgio, entrando nel loggiato a passi un poco barcollanti e con le spalle ravvolte in uno scialle di lana. — Ordinate pure il caffè, mia bella cognatina; sono in ritardo e vi domando scusa.

— Che scuse! neanche per sogno! — esclamò Stefano gaiamente. — Vedo che l'umore è buono, la cera discreta, e questo è l'essenziale.

Il buon vecchio mentiva pietosamente per infondere in quel triste malato un poco d'allegria. Giorgio rispose con un gesto vago, e sedette nella poltrona di vimini foderata di cuscini, che Novella in quel mentre aveva sospinta verso di lui. Ora, senza farne le viste, ognuno guardava curiosamente l'infermo. Egli s'accorse di quell'esame dissimulato, ed un senso di molestia, quasi di pudore, gli alterò i lineamenti. Quel suo viso era emaciato, ma pieno di chiarore, quasi lo rendesse vivido la continua febbre. Una rada barba biondiccia gl'incorniciava il mento; aveva gli occhi dolci e smarriti, una bella capigliatura, dove l'umido solco della spazzola aveva lasciata una traccia brillante. Il colletto era troppo largo per il suo collo esile, ridotto a mostrare la sua tramatura di tendini come un cànapo consunto, e nello sforzo continuo del reprimere la tosse le vene flaccide si gonfiavano con un livido colore d'apoplessia.

— Vuoi un altro scialle? — disse amorevolmente Francesca.

— Grazie, sono coperto abbastanza; non ho freddo; grazie.