— Fammi un piacere, brava ragazza. Se mi còrico a stomaco vuoto, sarà un inferno. Tu, in cucina, devi certo avere qualche avanzo. Vallo a prendere; fa quest'opera buona e non ci perderai nulla.
— Ma io, signore, non ho ordini.
Tancredo comprese che bisognava ricorrere a mezzi estremi; si cercò nel taschino del panciotto e ne trasse un gruzzolo di monete: argento e rame. Scelse un bel pezzo da due lire e lo fece scivolar nel palmo della domestica, dicendole:
— Questo è per te.
Bisognava che avesse una fame diabolica per dare quella mancia da scialacquatore.
— Senta allora... — propose a bassa voce la Berta, — non dica nulla ed io le porto quel che ho.
— D'accordo. E cosa mi porti?
— Quello che c'è: forse un'ala di pollo, forse [pg!187] qualche fettina d'arrosto freddo, con un po' di pane.
— Ottimamente! — rispose Tancredo. E in attesa della cena se ne andò alla finestra per guardare il paesaggio. Ma nella inoltrata ora notturna faceva buio in lontananza, il paesaggio non c'era. Si vedevan soltanto alberi e stelle, prati e nuvole. Forse la luna era dietro il tetto, e lentamente sormontava la casa. Nella facciata non vide che finestre spente; una sola immergeva nei lucenti alberi del giardino il suo fascio di luce rossastra, propagava nell'ombra un colore torbido, che si diradava. E Tancredo rivide le quattro torciere agli angoli della bara, le sottili vampe che si staccavano dalle fiammelle con un guizzo, la testa nera del morto sopra un cuscino di seta, il bottone d'oro che premeva la camicia scoppiante...
Finalmente udì la Berta bussare all'uscio.