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II.
Alle nove precise il funerale mosse giù per il viale carrozzabile che traversava il giardino.
Da un lato del féretro mamma Francesca e Maria Dora scendevano insieme; dall'altro, papà Stefano, tenendo sottobraccio il figlio scemo. Maurizio, Mattia, la piccola Natalissa, il giardiniere, seguivan per primi il carro funebre, con gli occhi rossi di lacrime, accasciati da un semplice ma spontaneo dolore.
Solo, pressochè isolato in capo del corteo, camminava Andrea Ferento, a capo nudo, bianco ma impassibile. Aveva impartito gli ordini con una voce breve; poi, quando il carro si mosse, guardò rapidamente in alto, verso una finestra chiusa, dove la cortina ricadde; volse uno sguardo rapidissimo su le persone che aveva intorno, e s'incamminò dietro il carro.
Tutti, per un rispetto simultaneo, lo lasciaron solo.
Dietro lui si muoveva il corteo bisbigliante, numeroso d'un centinaio di persone, che dal borgo eran salite a casa Landi, o v'eran giunte coi treni del mattino, poichè la morte del Fiesco era stata annunziata in città la sera innanzi dalle ultime gazzette con frettolose necrologie.
Tancredo Salvi scendeva tra il sindaco Berra ed il medico Paolieri; studioso di ben recitare la sua parte in quella estrema cerimonia, faceva pompa dell'alta persona e del suo maestoso dolore.
Fuor del cancello era una ressa di contadini, che al passaggio del féretro cominciaron a biascicar preghiere; alcuni s'inginocchiavano su la proda erbosa del fossatello, e, passato il carro, si raddrizzavan in piedi senza ripulirsi le ginocchia dalla polvere.
Il cielo era limpido, l'aria ventilata, un ridere di pannocchie sbocciava nella biondezza dei campi, scaturiva dalla terra umida una fragranza di mietitura, e quel corteo funebre camminante per la strada polverosa [pg!193] pareva in contrasto singolare con l'allegrezza del mondo.