Di là dalla svolta il borgo apparve, con i suoi tetti rossi e decrepiti, che, accesi dal sole, ripercotevan nell'azzurrità un dondolìo balenante.
La strada maestra si lanciava diritta nel mezzo della borgata, piegando a valle, di là dall'estreme case, per il declivio della collina. Su l'ingresso del borgo due lunghe siepi di curiosi attendevano il funerale.
E il carro camminava piano piano, con un rumor soffice di ruote nella polvere, nereggiando nel soverchio splendore della mattinata, cullandosi nella nenia dei salmi ecclesiastici e nel bisbiglio che faceva sotto il gran sole quel corteo camminante.
Altri uomini frattanto s'aggruppavano intorno a Tancredo, al sindaco Berra ed al medico Paolieri; fra gli altri un certo giornalista che Tancredo conosceva benissimo, perchè appartenente come lui a quella brigata clandestina di galantuomini matricolati, che vivon per così dire di tutte le professioni altrui, grattando e scovando per ovunque l'aria sappia di corrotto, e che stanno con gli orecchi tesi fra le quinte della commedia cotidiana, pronti a balzar fuori come bracchi affamati sul primo espediente che loro cápiti a portata di mano. La sua professione confessabile era quella di giornalista, e faceva il redattore estemporaneo di quei giornaletti effimeri nati per vendere il lor silenzio, talvolta per fomentare uno scandalo, per farsi complici d'una equivoca speculazione, talvolta per servire gli odii o per lusingare le ambizioni d'un uomo potente.
La sua età poteva essere di quarant'anni, il suo nome: Saverio Metello. Tancredo si maravigliò di non averlo prima veduto.
— Che diavolo, Metello? Cosa fai qui?
— Mi manda la «Voce», — rispose il Metello; — come vedi, sono costretto ad occuparmi anche della necrologia... Che porco mestiere!
[pg!194] Tancredo sospirò e prese un'aria di cordoglio melodrammatico.
— Vedo che ti sei messo in lutto, — scherzò il Metello. — Che uomo elegante!
Allora lo sdegno di Tancredo proruppe: