Intanto vedeva Tancredo discorrere con animazione, prodigarsi, fare un grande sperpero d'inchini e di sorrisi. — «Ha tutte le fortune quel birbante! Capace perfino di ereditare...» E davanti al pensiero che Tancredo potesse ereditare, lo riprendeva un odio feroce contro tutta la specie umana.

Presso il cancello del cimitero si trovaron lato a lato.

— Olà, bel giovine! — fece il Metello; — sono al corrente anch'io, sai...

— Al corrente?... ma di cosa?

— Fa pur l'indiano... se ti garba!

— Uhm, non capisco... — grugnì Tancredo.

— In ogni modo, — concluse il Metello, — se vuoi che facciamo quattro chiacchiere prima ch'io riprenda il treno...

— Volontieri.

La bara, portata a spalle, s'incamminò per il piccolo viale: i familiari la seguivano e Tancredo s'affrettò con essi. Quando il feretro fu deposto su l'orlo della fossa, Tancredo si trovò di faccia il Ferento. Entrambi, quasi dimentichi d'ogni altro pensiero, per un lungo attimo si fissarono. Poi Tancredo volse altrove lo sguardo, incapace di sostenere più a lungo la sua bianca tranquillità.

Gli affossatori sollevaron la bara, mentre la folla [pg!199] erasi radunata in cerchio presso il luogo del seppellimento. E qualcosa tuttavia di solenne, di solenne anche per l'incredulo, si rinnovava nell'atto semplice che nasconde per sempre sotto il lenzuolo di polvere una spoglia supina e còrica l'uomo anchilosato, putrescente, nella divina zolla piena di palpito che domani rifiorirà.