Ognuno intanto s'aspettava che parlasse Andrea Ferento, e nel succedersi degli oratori ogni volta si lasciava un più lungo intervallo, mentre tutti lo guardavano con attesa. Ma il Ferento se ne stava immobile, a piè della tomba, con le due mani entro le tasche della giacchetta, gli occhi fissi al coperchio della bara, e pareva che una grande solitudine si estendesse intorno a lui.

Gli sguardi vigili del medico Paolieri non l'abbandonavan un momento, così pure gli occhi d'altre persone disperse fra gli ascoltatori. Egli sentiva con una specie di molestia la tenacità di quegli sguardi e s'accorgeva di farsi continuamente più pallido come se una fredda febbre gli consumasse la faccia. Si avvedeva di quell'attesa nella quale stavan tutti, ch'egli parlasse, ma era ben risoluto a non dissuggellare la bocca. Poi temette che il suo silenzio avesse a parer strano, e da ultimo gli sembrò di parlare infatti, gli sembrò di esser ritto, parlante, gesticolante, su l'orlo di quella fossa, ma di udire che intorno si rideva sgangheratamente, beffando il parlatore, il morto, e la vedova ch'era lontana, lassù, nella sua camera deserta...

I discorsi finirono, la gente non si moveva. Gli si avvicinò il sindaco Berra:

— Professore, non crede lei pure...

— Grazie, no! — rispose il Ferento.

Ma la gente non si moveva; e lo guardavano; tutti guardavano lui. Gli si avvicinò un giornalista ch'egli conosceva benissimo. Paolo Giordano, e gli mormorò alcune parole a bassa voce.

Allora il Ferento comprese ch'era tuttavia «necessario» parlare; guardò con odio la folla, eresse in un [pg!200] terribile sforzo la sua dura volontà, e disse: — Va bene.

Fece qualche passo avanti, rialzò la fronte luminosa, e le sue labbra obbedienti parlarono.

«Giorgio Fiesco...» — Limpida suonava la sua voce, senza tradire il convulso che gli torceva l'anima, ed ancora due volte pronunziò questo nome:

«Giorgio Fiesco... Giorgio Fiesco, ingegnere della miniera di Haswill, costruttore del più alato ponte sopra la valle di Cimbra, io t'ho salutato altre volte per morto, quando salpavi dal molo atlantico nel meraviglioso pericolo della tua temerità. Senza lacrime allora, senza lacrime ancor oggi, che non puoi tornare, ti saluto. Altro non facemmo in vita che scambiarci nelle ore più forti una rapida stretta di mano ed uno sguardo chiaro, che vedeva la strada fino all'ultima pietra milliare, che non diceva mai: «Férmati» — ma diceva tranquillamente: «Arriverai!» Poichè ti conobbi meglio di chicchessia, risponderò in tua vece a coloro che oggi videro cadere su te la pietra del sepolcro. Le tue parole sono queste: — «Non piangete. Un uomo sereno e stanco è sceso nella morte che non temeva. Non fece che restituire la sua nascita, in un'ora calma. Egli vorrebbe solamente insegnarvi a sciogliere questa parola dal suo dolore, dal suo terrore, dall'inutile angoscia ch'essa propaga in ogni giorno della vita; vorrebbe convincervi che la morte non è una cosa triste, poichè il bene ultimo, l'ultima felicità degli uomini è la pace...