Da questo colloquio Tancredo intese che le parole del Ferento equivalevano ad un commiato e che perciò era necessario far presto.

— Non dubitare che mi vendico! — borbottava a denti stretti, ripreso da un accesso di bile nel pensare alla sfumata eredità. E seduto nella medesima poltrona, in quella profumata sala dove non c'era più nessuno, immaginava con iracondia le sue vendette future. Ma poco dopo entrò lo scemo, s'accocolò in un angolo e, preso l'archetto, incominciò ad eseguire sul violino quell'unica dolorosa Canzone ch'egli sapeva. Arrivato ad un certo punto, s'interrompeva sghignazzando, e ricominciava da capo.

— «Di', scemo? seguiterai per un pezzo a farmi questo bel concerto?» — -mormorò Tancredo a mezza voce.

Ma lo scemo, che aveva un udito finissimo, lo intese, o intese almeno l'epiteto, del quale si corrucciò. Scese dalla seggiola, e con il violino in pugno gli venne davanti, minaccioso.

— Come ti chiami? Chi sei? Cosa fai qui? Vattene!

E con l'archetto gli segnava l'uscio, protendendo sul collo turgido la faccia incollerita. Per prudenza [pg!208] Tancredo si levò in piedi e fece atto di ubbidirgli, ma riparatosi dietro la poltrona cominciò a fissarlo.

— Dica, professore... non facciamo scherzi! Professor Marcuccio, per carità... si calmi, professore!

Accortosi che quel nome produceva un buon effetto, glielo dispensò a manate: Professore, professore...

— Non ti piace la musica, eh? — lo derise Marcuccio, battendo l'archetto sul violino.

— Così così...