— Allora forse preferisci che ti legga una poesia?
— Ecco, — disse Tancredo con longanimità, — preferisco.
Lo scemo depose il violino, trasse di tasca un quaderno scarabocchiato di righe storte, si pose nel mezzo della stanza, e imitando gli oratori che aveva uditi quel mattino al camposanto, cominciò a leggere:
«Sette matasse di lana
di sette colori che sono:
il bianco, il giallo, il verde, il rosso, il blu,
— gli altri due non so più —
hanno filato le monache
per fare il lenzuolo di morte
ai morti del paese.
Sette matasse di lana,
perchè si marita domani
il maniscalco che batte,
che picchia, che batte, che picchia,
sui ferri, tutta la settimana.
Sette matasse di lana.
— Ti piace?
— Sì, professore, è molto bella. Come dice?... «il rosso, il giallo, il verde, il bianco, il blu, — gli altri due non so più...» Bello! molto bello!
E Tancredo batteva le mani.
— Silenzio! — impose lo scemo. E ricominciò:
[pg!209]
«Sette rocchetti di refe,
di refe bianco e di refe turchino,
hanno filato le monache
per fare una vesta da festa,
tutta bianca e tutta rosa
alla Berta che va sposa:
alla Berta rossa, che ha la pancia grossa.
— Questa è migliore! — applaudì Tancredo. — «Alla Berta rossa, che ha la pancia grossa...» — Un capolavoro!