E piano piano, mentre lo scemo stava per attaccare una terza strofa, scivolò fuori dalla sala, scese nel giardino, e poichè l'avevan lasciato solo risolse di fare una bella passeggiata. Lontanò in mezzo alle campagne, ragionando fra sè medesimo su quello che gli convenisse fare.
Per fortuna il suo cervello era una miniera inesauribile d'idee, nè a lungo indugiò prima di guidare le sue ricerche verso la persona che precisamente gli occorreva.
«Ecce homo!» — esclamò d'un tratto, pronunziando a fior di labbro questo nome: — Dandolo Zappetta.
Costui era un morto di fame, al quale Tancredo sapeva di aver pagato cinque o sei pranzi, nonchè un numero infinito di mezzi toscani.
Era piccolo piccolo, magro magro, giallo giallo, con due piedini da bamboletta, un giacchettuzzo nero, che pareva di raso, tanto s'era fatto lucido, un testone maggiore del suo corpo, con una strana calvizie che gli occupava soltanto la chierica e la sommità della fronte.
La sua bocca era sottile, diritta, come una di quelle righe segnate nei libri al finire d'ogni capitolo, e vi teneva sempre infisso un cotal suo bocchino d'un certo legno da lui vantatissimo, qualcosa di raro come [pg!210] quei legni aromatici che i primi navigatori Egizi riportarono dal favoloso regno di Punt.
Era povero come Giobbe, ma tuttavia possedeva un orologio di similoro, più bello che l'oro, tre anellucci da giovine puerpera, due catene d'argento, un portacerini cesellato, un portasigarette d'un altro legno quasi leggendario, venuto forse da un mondo più lontano che il lontano reame di Punt, e mille altre bazzecole d'un valor grande invero, che formavano i beni della sua felicità. Quest'uomo singolare, non c'era cosa che non avesse veduta, udita, saputa, o non sapesse fare: ma non faceva niente. Viveva in due camerette al quinto piano, ingombre zeppe di collezioni di farfalle, tra un lusso incredibile di vasetti e scatolette, che racchiudevan lucido per le scarpe. Verso il tempo del pagar la pigione assumeva qualche vago mestiere; nel resto dell'anno la sua professione era quella di raccoglier farfalle, nonchè di rendere servigi a' suoi numerosi amici. Chiunque avesse bisogno di lui non doveva che dirgli: Dandolo... E Zappetta lo faceva. Che poi lo pagassero, trovava ottima cosa, come del restare a mani vuote non si doleva gran che.
Aveva tuttavia un debole, un debole che gli era nato forse dal grande consumo di romanzi polizieschi, ed era infatti la passione del bel delitto, cosa della quale stava sempre in agguato, come il can da fermo quando apposta la selvaggina.
A tal uopo serviva di quando in quando, e non per lucro ma solo per amore, in una agenzia di poliziotti privati, nobil gente quant'altra mai vide il tempo nostro fiorire, tra la quale Dandolo Zappetta godeva di una piccola celebrità.
«Ecce homo!» — esclamò di nuovo Tancredo benedicendo in cuor suo la natura per avergli dato un cervello così fecondo. E la mattina seguente, licenziatosi dagli ospiti con solennità, verso le dieci risaliva in treno.