Era una giornata calda, con minacce di temporale. [pg!211] Guardando fuori dal finestrino Tancredo ripensava quante mai cose non eran accadute in que' brevi due giorni, e gli avvenne di riflettere come talvolta si vada incontro ad una fosca tragedia senz'averne il più lontano presagio.
Nonostante il suo cinismo apparente, quel buon Tancredo era debole di sua natura, ed ora si sentiva tratto a veder sangue, veleno, assassinio dappertutto.
Viaggiando per quella nubilosa giornata si perdeva in lunghe fantasticherie sui delitti e sui veleni dei Borgia.
Quando arrivò a casa, Caterina, ch'era occupata nello stirare le sue camìce, depose il ferro e gli fece un'accoglienza festosa.
— Ben tornato il mio bel signore! Che notizie mi porti?
— Incendio! — egli esclamò tetramente, buttando la valigia sopra una seggiola, che si capovolse. A gambe levate scapparono Tresette e Patcioulì, i due gatti soriani ch'essi tenevano per lor diletto a far le fusa intorno al focolare.
— Fa piano, tesoro... — lo esortò Caterina. — Quando entri tu, entrano i vandali. Ebbene, cosa vuol dire incendio? Non ti capisco; hai ereditato almeno?
Tancredo si soffiò due volte nel palmo della mano: — Ecco l'eredità!
— Me lo immaginavo, — ella fece senza grande rammarico. — Figùrati se quegli egoistoni pensano a te!
— Ma, ma, ma... — l'interruppe Tancredo. — non è detta l'ultima parola!