— Vi aspettavo, professore, — disse con tono declamatorio. — Sono giunto alla fine del nono capitolo. Ho scoperto la teoria dell'equilibrio fra gli uomini [pg!18] e le piante, fra la pietra e l'uomo. Volete che vi legga?

— Non ora, Marcuccio, — egli rispose benevolmente; — mi leggerai più tardi.

Nel frattempo la Berta entrava, recando sopra un vassoio il caffè bollente, che spargeva in nuvole di vapore il suo delizioso aroma. Non appena Marcuccio ebbe veduta la rubiconda fantesca, (poich'egli l'amava d'un amor voglioso e tutto ne ardeva nel fuoco d'una tardiva pubertà), scioccamente le si mise intorno a vezzeggiarla e provocarla con insulse risate. In quel rinascere del tempo di primavera lo scemo sentiva le sue vene gonfiarsi d'una sensuale gioventù; la florida carne della ragazza ventenne come una droga selvatica lo riscaldava di bramosie. Nel giorno l'assaliva per gli angoli della casa, la notte passava lunghe ore dietro l'uscio della sua camera, guardando per la serratura e picchiando affinchè gli aprisse; per lei verseggiava con incoerenza e scriveva lunghe pagine d'amore.

Ed ecco, lo scemo si mise a dondolarle intorno, canticchiando queste parole che aveva cucite insieme chissà con quale intendimento:

«Quando la Berta scende al villaggio

non ha il coraggio

di guardare in faccia

nè Pippo dritto, nè Pippo storto,

nè il macellaro, nè il beccamorto.

Maria Dora, nel mescere il caffè, ripeteva insieme con Marcuccio:

nè Pippo dritto, nè Pippo storto,

nè il macellaro, nè il beccamorto.

Poi disse a Marcuccio:

— Non vedi che la fai scappare? La Berta non vuol saperne di te.

[pg!19] — Sorellastra, non parlare di quello che non sai! Vérsami il caffè.