Dandolo venne ad aprire in mutande, coi piedi che navigavano in due vaste pantofole di paglia tonchinese, dalle punte volte all'in sù come le prore di due gondolette.

— Oh, guarda... Saverio! Tancredo!!... Che piacere! Avanti, avanti!

Sui tavolini, sul divano, sul letto, su le seggiole, fin per terra, v'eran cartoni di farfalle in preparazione; le pareti n'eran coverte, sicchè pareva d'entrare nel ripostiglio d'un bizzarro museo. A terra, dietro il capo del letto, v'era un mucchio di libri, coverti da uno strato di polvere; sopra il canterano, in gran disordine, quantità di boccette, scatolette, forbici, spilli, spazzolini, cose tutte che dovevan esser utili alle sue scarpe od alle sue farfalle.

La camera prendeva luce da una finestrella poco più grande che una gattaiuola e così alta nel muro che certo l'omino doveva salire sopra una sedia per giungere ad aprirla: questo perchè dava sul letto. Un vano senza porta metteva da quella stanza in un'altra più piccola, rischiarata solo da una finestra a bótola.

— Ora vi libero il divano, — disse Dandolo. — Abbiate pazienza.

[pg!213] E con infinita cura operò il trasloco delle sue farfalle.

— Eccomi a voi, cari amici. Se mi dispensate dal mettere i calzoni, vi ringrazio, così non s'impólverano.

— Figùrati! — rispose Tancredo. E cercò dove quell'omino tenesse i suoi preziosi calzoni. Li vide, ben ripiegati, su la spalliera d'una seggiola, protetti da un giornale; sotto la sedia v'era un paio di scarpe, luccicanti come se fossero verniciate a coppale.

— Vuoi guadagnare cinque o sei giorni di mantenimento in campagna, un anticipo all'andata ed una buona gratificazione al ritorno? — domandò Tancredo, entrando filato nell'argomento.

— Se avete bisogno ch'io vada in campagna, — rispose Dandolo umilmente, — ci vado senz'altro. E dove?