— È un paese ricchissimo di farfalle, — spiegò Saverio con un risolino.
E guardava su le pareti quel fermo svolazzare di alette gialle bianche verdi turchine, chiazzate striate variegate, che formavano in verità una tappezzeria fantastica.
— Dandolo Zappetta! — esclamò Tancredo, — qui vedremo veramente che uomo sei, perchè veniamo da te per incaricarti d'una inchiesta siffatta, la quale, se desse risultati positivi, basterebbe in fede mia per mettere a soqquadro l'Italia!
— Davvero? — esclamò Dandolo, pizzicandosi le mutande, ma senza un eccessivo stupore.
Poi Tancredo, nel modo più confuso che potè, omettendo nomi, luoghi, particolari, fece al poliziotto un'arruffata e misteriosa narrazione.
Durante questo racconto lo Zappetta prese un'aria quanto mai distratta, mordicchiando il suo corto bocchino e sollevando il sopracciglio destro d'un buon dito sopra il livello del sinistro. Quando il narratore giunse al termine, Dandolo non aperse bocca; ma, scordandosi d'essere in mutande, faceva tratto tratto [pg!214] il movimento di chi voglia ficcarsi le mani nelle tasche.
— Dunque? — l'interrogarono insieme Tancredo e Saverio, davanti a quel silenzio.
Dalla scranna su cui stava, Dandolo affondò i piedi nelle due gondole tonchinesi riprendendo contatto con la terra.
— Ecco, — spiegò loro con mansuetudine. — Voi mi fate l'effetto di due malati che vadan per un consulto nella clinica di un dottore, ma poi rifiutino di lasciarsi visitare, anzi facciano tutto il possibile per nascondere al medico i sintomi della loro infermità. In questo modo, cari amici, non verremo a capo di nulla.
— Non ha torto, — ammise Tancredo guardando il Metello.