— Statemi a sentire, — cominciò Dandolo in tono confidenziale. — Con quello che m'avete già detto, poche ore mi basterebbero per colmare, se volessi, le lacune del vostro racconto.
— Non ha torto, — ammise anche il Metello.
E ripigliando la narrazione da capo, gli scoversero interamente il loro segreto.
— Ahimè!... — fece allora lo Zappetta. — Mi pare una cosa tanto grave, ch'essa tocca l'inverisimile.
— Così è, — rispose Tancredo con modestia.
— Ebbene, — precisò Dandolo, dopo aver riflettuto, — supponiamo per un momento che il fatto sia come voi dite. Andrea Ferento ha avvelenato, e certo in un modo strettamente scientifico, il marito della sua amante, il fratellastro di Tancredo, l'ingegnere Giorgio Fiesco. Se così stanno le cose, io vi prometto di portarvi in meno di otto giorni i dati necessari perchè Tancredo ne sporga denunzia al Procuratore del Re.
— Ottimamente! — applaudì Tancredo.
— Ma se invece si trattasse d'un abbaglio, d'uno di quei fenomeni che sono talvolta l'ìndice della perversa fantasia popolare, i veri casi di pazzia dell'Anonimo, [pg!215] e se ciò non ostante voi voleste, basandovi sui rumori d'una borgata, macchinare contro quest'uomo, che ammiro altamente, uno scandalo indecoroso a puro scopo di lucro, qualcosa insomma che abbia l'aria d'un ricatto... allora vi consiglio, ragazzi, di andar a picchiare altrove, perchè io di queste cose non mi occuperò mai!
I due si guardaron in faccia con una certa qual titubanza, e sorrisero fra loro di quella soave ingenuità. Pareva si dicessero: — Poverino! che omino per bene! che anima semplicetta come le sue farfalle! — Poi Tancredo rispose con voce burbera:
— Va bene, va bene!