L'omino, raccogliendo i suoi cartoni, ad uno ad uno e con infinita cura li portava nell'altro bugigattolo, facendo su l'ammattonato con le sue pantofole un rumore di paglia strofinata. Intanto i due si consultavano [pg!217] su la somma che fosse opportuno dargli per il viaggio. Tancredo era liberale, il Metello più avaro assai. Questi credeva che un centinaio di lire fosser più che bastevoli, ma Tancredo, assistito dalla propria esperienza, pensava che avrebbe avute molte spese, quindi non convenisse parer taccagni e bisognasse darne duecento almeno. Così risolsero; e mentre lo Zappetta rientrava gli consegnaron i due biglietti da cento piegati in quattro.
— Eccoti i denari necessari, ma ti preghiamo di notare tutte le tue spese.
— Va bene, — rispose Dandolo. E senza contare i biglietti, se li mise in un taschino del panciotto.
Solo, nel trasportare l'ultimo cartone, domandò:
— Quanto mi avete dato?
E scomparve nel bugigattolo.
— Duecento lire! — gli gridò appresso il Metello con una voce accrescitiva.
— Non bastano, — rispose Dandolo, tranquillo.
— Oh, diamine! — esclamarono tutt'e due. Dandolo riapparve:
— Non bastano, e mi spiego. Sappiate che io mi presento laggiù come ingegnere agronomo, inviato da una Società di sfruttamento agricolo, società che avrebbe in animo di acquistare nella contrada grandi aree di terreno. In capo a due giorni mi riprometto di conoscere tutte le persone più cospicue della località; mi useranno cortesie, bisogna che possa rendere. Ho le mie valige pronte, nelle valige tutto un vestiario che non porto mai quando non sono in funzioni. Verso il prossimo che si vuol sfruttare bisogna anzi tutto e sopra tutto non puzzar di miseria. Mi capite?