— Otto o dieci persone.

— Allora prima salirò. Venga, Rosales.

Depose nel portacenere la sigaretta ed uscì nel corridoio. Assistenti, chirurghi, medici, suore, infermieri, lo aspettavan su gli usci per salutarlo; egli rispondeva, di qua di là, con un cenno del capo, camminando veloce, seguìto a un passo di distanza dal suo primo assistente. Si fermava per stringer la mano ad alcuni, con una rapida cordialità. Mentre stava per salir le scale s'incontrò con un gruppo d'infermieri che ne scendevano, portando sopra una barella un malato verso la sala operatoria. Costoro si fermaron bruscamente per lasciargli il passo.

— Avanti, avanti! — egli disse loro. E guardò quella faccia supina, livida, scarna, che sbarrava attonitamente le pupille acquose, piene di paura.

— Un tumore al fegato, — gli spiegò sottovoce l'assistente, quando la barella fu passata.

Egli non intese, o non comprese; ma vedeva solamente la scala salire, lucida, innanzi a sè, con un tappeto di sole... confusamente salire verso l'invetriata fiammeggiante. Nel fondo de' suoi propri occhi vedeva una cosa futilissima: i gomitoli di lana con i ferri da calza, que' grossi rotondi gomitoli di Marcuccio Landi, e gli pareva udir ronzare dentro di sè il motivo di quella sua certa Canzone, che finiva in uno scoppio di riso tragico sul violino singhiozzante...

Ora camminava lentamente per le corsìe piene di luce, da un letto all'altro, visitando, interrogando. I malati gli sorridevano; le suore componevano le coltri sotto i loro menti gialli: l'assistente, con un libro in mano, prendeva nota delle sue prescrizioni. Scriveva rapidamente con una penna stilografica, facendo stridere la carta. Un malato aveva fame, l'altro voleva uscire, un terzo si lamentava, un quarto era gonfio e paonazzo di febbre così da non poter parlare.

Tutto questo lo stupiva un poco, gli dava non so [pg!228] quale sensazione d'irrealità, quasi non fosse più così utile come una volta curare i malati, ascoltare quel che dicevano, saper esattamente di che male soffrivano.

Anzi uno gli disse una cosa che lo stupì:

— Ma mi lasci morire, dottore... Cosa faccio al mondo io?