Egli, che prima non lo aveva quasi guardato, allora lo guardò. Era un povero vecchio, asmático, piagato, canceroso, al quale avevan rasa l'ispida barba a chiazze; una orrenda maschera contraffatta, con gli occhi semichiusi, ove permaneva un barlume di vita, la bocca bavosa, tra cui spuntava un po' di lingua nerastra. Lo guardò ed ebbe voglia di rispondergli: — «Hai ragione. Perchè cercherei di salvarti? Non v'è senso comune, quando un uomo vuol morire...»

Mentre la suora lo scopriva, egli vide che aveva le mani allacciate da un rosario. Siccome la suora voleva scioglierlo ed egli si rifiutava, le disse di lasciarlo stare e gli fece sollevar le braccia sopra il capo.

Di letto in letto la sua sensazione d'inutilità cresceva; e gli sembrò che fosse ozioso andar oltre, perchè i suoi assistenti eran tutti bravi giovani ed il meccanismo della sua Clinica poteva ottimamente camminare anche senza di lui. Egli era stato lontano alcun tempo, e tutto era in ordine, tutto s'era compiuto e si compiva con la regolarità consueta.

— «I malati guariscono perchè la natura li fa guarire; muoiono quando la natura li uccide. La nostra scienza non si riduce in fondo che ad una serie di tentativi empirici... Ora, il tentativo d'un altro, che ho pienamente ammaestrato, può valere il mio. Qui essi credono tutti, medici ed infermi, ch'io possieda qualche maravigliosa virtù di salvatore: ma è assurdo! Un giorno s'accorgeranno d'essere ad un dipresso quel ch'io sono, e questo farà nascere uno stupore immenso...»

Passava da una camerata nell'altra, meccanicamente, domandando ogni tratto il suo parere al Rosales con un'affabilità che non gli era solita. Entrava ora in [pg!229] una corsìa di donne, più silenziosa, più intima, ove nell'aria vagava un respiro di maternità e di sacrifizio, dove il dolore pareva essere più profondo e tuttavia più contenuto.

Le tende abbassate mitigavano il chiarore del giorno; in quella luce dorata i letti s'allineavano tranquilli. Una specie di riposo lo avvolse, come se la sua missione di curatore tornasse a parergli buona e come se un álito di riconoscenza muovesse a lui da ogni coltre su la quale si curvava.

— Come?... — domandò improvvisamente al Rosales; — come ha detto? qual'è il suo nome?...

L'assistente riaperse il libro che stava per rimettere sotto il braccio, e rilesse:

— Novella Júdice, di Urbino; affezione...

Egli non ascoltò più oltre; qualcosa di dolce, di soverchiante, gli commosse il cuore, come se da quel nome si partisse una infinita soavità e la donna chiamata con tal nome fosse un'ombra lontana, imprecisabile, di quell'amante che amava.