Prese un polso della malata e si curvò su lei pianamente. La faccia pallida riposava nel guanciale, delineata in un contorno di capelli biondi, così radi e lievi che parevano appena un velo fasciato intorno alla sua fronte. Era una giovinetta forse di vent'anni e sorrideva guardando il medico, la suora, comprimendosi la mano libera sul petto, quasi per un senso invincibile di pudore. I suoi docili occhi azzurri parevano domandar perdono d'essere tanto malata, e nel sorridere le guance scarne le facevan agli angoli della bocca due graziose piccole infossature.
Egli non contava affatto le pulsazioni dell'arteria, ma provava una strana dolcezza nel toccare quel polso accelerato e fioco, nel guardare quella miserrima fanciulla, che aveva il nome d'un'altra, il nome ch'egli portava in sè.
— Vi sentite male? soffrite? — domandò egli, come non avrebbe domandato un medico ma un affettuoso [pg!230] parente. Poi le passò una mano su la fronte per consolarla e disse:
— Coraggio! Guarirete presto, molto presto... ve lo assicuro.
Il sole, dalla finestra di fronte, dorava i suoi capelli vaporosi, e quel sorriso buono, come d'una bambinella ferita, continuava su la sua bocca smorta...
Dopo aver compiuto il giro delle sale, andò a visitare i malati che abitavan nelle camerette solitarie, simili a celle d'un monastero; poi, sceso a pianterreno per un'altra scala, s'indugiò a discorrere con il Rosales in quel breve ándito che da una parte sboccava nel giardino, dall'altro sopra una corte.
In quella corte precisamente v'era un carro mortuario, fermo, attaccato con un solo cavallo; il cocchiere, sceso di cassetto, s'era tolto il cappello e facendosi vento discorreva con un cuoco.
— Cosa fa quel carro? — domandò il Ferento.
— Professore, le ho riferito dianzi ch'è morto il vecchio Celsi, del riparto chirurgico; morto ieri, nove giorni dopo l'operazione.
— Ah, infatti... — egli mormorò. — E lo portan via ora?