— Credo.
— Voglio vederlo, — disse con rapidità. E scese per la scaletta sotterranea che conduceva nella sala refrigerante, ove si deponevan i cadaveri dopo averli sottoposti a necroscopìa. L'assistente lo seguiva.
— No, lei vada pure, — disse il Ferento.
Giunse in fondo; aperse l'uscio; fece qualche passo nella fredda stanza, chiara d'elettricità. De' sei tavolacci di zinco, cinque eran vuoti e risplendevano; su l'altro era steso un grosso involto bianco, simile ad una statua supina ravvolta nella sua tela.
L'odore acre dei disinfettanti mordeva l'aria, e gli sembrò di riceverne un senso di stordimento.
Fece per avvicinarsi al cadavere, ma, poichè la porta erasi rinchiusa, tornò indietro e l'aperse in bílico.
[pg!231] Di nuovo ne' suoi confusi occhi, apparvero que' gonfi e tondi gomitoli dello scemo, con i ferri da calza; di nuovo gli cominciò a ronzare nelle orecchie la nenia del violino singhiozzante.
S'accostò al cadavere, ed ebbe voglia di scoprirlo; ma gli parve che le sue mani incontrassero una certa difficoltà nel compiere gli atti necessari.
Le sue mani di fatti non si muovevano; ma egli provava un piacere ansante nello star presso a quel cadavere, il piacere pauroso che si prova stando su l'orlo d'un precipizio.
«Se chiamassi un guardiano per farlo scoprire?... No, è inutile.»