— Dunque? dunque? — non cessava dal ripetere, facendoli entrare in un salottino, dove ambedue cominciarono a carezzar l'omino accerchiandolo d'infinite premure.

Saverio gli avanzò una poltrona, Tancredo ve lo fece sedere a viva forza, esclamando:

[pg!255] — Siedi, e parla finalmente!

— Siamo soli? — premise Dandolo, quasichè si divertisse ad esasperare la loro impazienza.

Il Metello andò a chiudere la porta.

— C'è mia madre; però è sorda; e credo anzi che dorma. Dunque?

— Ti prego, Tancredo, sièditi, — fece l'omuncolo. — Dall'altezza della tua statura mi pericoli addosso come la Torre di Pisa.

Tancredo gli ubbidì; sedettero entrambi davanti a lui, vicini. Dandolo introdusse una sigaretta fatta a mano in quel certo suo bocchino d'un legno introvabile, trasse il portacerini d'argento, cesellato chissà mai dove con un volo di grù, diede fuoco al fiammifero, accese meticolosamente la sigaretta, spense, cercò invano con gli occhi un portacenere ove deporre il cerino.

— Butta per terra, — disse nervosamente Saverio, davanti a quell'indugio.

— Oh, non importa! — E alzatosi, lo andò a gettare nel camino.