Uno alla volta, e insieme, cominciaron minutamente a contraddirlo.

— Insomma, ragazzi, — li interruppe Dandolo bruscamente, — non perdiamo tempo. Chi di voi si sente il coraggio di presentarsi ad Andrea Ferento e dirgli su la faccia: — «Voi avete avvelenato Giorgio Fiesco. O mi date una certa somma, oppure vi denunzio al Procuratore del Re»? No, è inutile che vogliate [pg!257] rispondermi: di voi due nessuno lo saprà mai fare. Il solo forse che ne avrebbe il coraggio, son io. Ma io non intendo affatto prendere questa via, prima di tutto perchè non voglio denaro, poi perchè venire a patti col Ferento sarebbe assurdo.

— Assurdo?

— È la parola esatta. Davanti al vostro dilemma, il Ferento corre al telefono e vi fa arrestare per ricatto. Insieme provvede fulmineamente a parare il colpo che la vostra imperizia gli avrebbe così male assestato. Prove materiali non vi sono, per ora: è un potente, la giustizia è sua, la legge è sua, gli basta prevedere l'attacco per poterlo debellare. Voi fate questione dell'uomo che sia forte abbastanza per misurarsi con lui. Non ne vedo che uno: Salvatore Donadei. Del resto — concluse, — o voi m'ubbidite, o io me ne torno come son venuto e faccio a meno di voi.

— Non ti eccitare, — lo persuase il Metello, con voce lusinghevole.

— Io sono un uomo risoluto, — spiegò Dandolo. — Vi ho messa una condizione dalla quale non recederò. La strada è una sola, e vi avverto che, se farete altrimenti, penserò da me stesso ad informarne il Donadei.

— Può darsi che tu abbia ragione, — ammise per primo il Metello, ch'era uno spirito riflessivo. Ma Tancredo, nel cuor suo non intrepido e forse remotamente buono, ancora non aveva guardato mai da presso il caso di dovere abbattere con un colpo mortale quell'uomo che in fondo egli conosceva, che in fondo non era stato nè orgoglioso nè ingiusto con lui, quell'uomo inflessibile, che sapeva essere così dolce nel parlare con la sua cognata, quel Ferento insomma, che forse aveva ucciso, ma chissà per quale ragione incomprensibile o necessaria... Ed ora, nell'apparirgli di questo inatteso evento, egli provava un senso non di sola paura, ma quasi di rimorso e d'inibizione, come se quei fermi occhi lo guardassero in faccia e quella voce calma gli ripetesse ancora una volta:

[pg!258] «Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, è vero? E desidera vederlo? Venga, la condurrò.»

— «Estorcere denaro ad un milionario, è un conto; rovinare del tutto un uomo, non mi sembra più la stessa cosa...» — rifletteva Tancredo fra sè. Ma diede una scrollata di spalle, strinse la bocca e nulla disse.

— Anzi, — affermò il Metello, — più vi penso e più vedo che hai ragione. Quando si tenta un'impresa di questo genere bisogna riuscire. Faremo come tu vuoi. Dunque racconta.