— Già, già...
Tancredo in quel mentre osservò che su l'anulare sinistro egli portava l'anello nuziale; onde si mise ad immaginare come poteva essere la moglie di quell'uomo capelluto e barbuto. Chissà per qual ragione, se la [pg!264] figurò alta, ossuta, ferrea, vestita severamente, con la pelle un po' giallastra, certe maniere brusche, una pettinatura stretta, la voce quasi virile. Nel medesimo tempo invidiava la genialità di Saverio Metello e si sentiva così lontano dal poter prender parte al discorso, che avrebbe quasi preferito non trovarsi lì.
— Allora? — fece l'onorevole per spinger oltre quella conversazione che non gli pareva del tutto oziosa. Il Metello abbassò la faccia, quasi per dar prova di una rara modestia.
— Non vorrei presumere troppo delle mie forze, — disse con umiltà, — se io credessi di poterla menomamente aiutare, dirò meglio secondare, in quella magnifica lotta che da molti anni ella sostiene con una tenacità coraggiosa ed infaticabile. Ho detto secondare, ma non è questa nemmeno la parola: dovrei dire «servirla», dovrei dire «mettere nelle sue mani quella terribile arma, di cui la sorte ci rese possessori e padroni.»
L'onorevole aggrottò le ciglia e si passò una mano sui lisci capelli, d'un denso color castano, ch'eran divisi nel mezzo da una fina scriminatura. Così barbuto e capelluto, con gli occhiali a cerchi d'oro ed il compassato abito nero, aveva un aspetto indeciso fra il bibliotecario ed il prete armeno, con qualcosa d'ispirato e di subdolo nell'incerta fisionomia.
— Egregi signori, — disse in tono declamatorio, — se andassimo avanti un pezzo con tali preamboli vedo che si rischierebbero due cose: la prima, di perdere gran tempo, la seconda, di non comprenderci affatto.
— Ella infatti ha ragione, onorevole. Non abbiamo alcun interesse a perder tempo, ed ancor meno a tardare oltre nel comprenderci.
Sorse in piedi, e puntando ambe le mani su la scrivania si protese un poco innanzi, verso l'uomo che l'ascoltava, poi disse con una specie di crudeltà sarcastica:
— Onorevole Donadei, mi permetta una immagine. Come alla figlia di Erode, noi veniamo a portarle [pg!265] sopra un vassoio d'argento la testa recisa del suo nemico. In altre parole, noi siamo in grado di produrre istantaneamente la più clamorosa e più doverosa demolizione della quale possa oggi divenir spettatrice l'Italia!
Poi si ritrasse con un moto repentino, e tornò a sedere, fissando co' suoi lucidi occhi bigi Tancredo che impallidiva. Egli non lo aveva seguito che parzialmente, ed era rimasto indietro a raccapezzarsi con la figlia di Erode. Ma, durante quel grave discorso, la faccia dell'onorevole si era fatta rossa e concitata, forse di maraviglia, forse di sdegno, sicchè il Metello temette di aver precipitate le cose. Infatti Salvatore Donadei durava uno sforzo, visibile in ogni muscolo della sua faccia, o per dominare una repentina collera o per riaversi da un eccessivo stupore. Come un uomo colto in fallo, cercò dapprima di schermirsi.