— Impossibile! assurdo! — esclamò ancora, scrollando le spalle, e con la voce dell'uomo il quale rinunzi a nutrire un'illusione troppo diversa dalla realtà.
Questo era il punto cui lo attendeva Saverio. Lo stesso Tancredo si gonfiò d'un tal sorriso di sufficienza e di potenza che avrebbe da sè solo debellata la più tenace incredulità.
— È quello che vedremo! — disse a fior di labbro, aggrottando la fronte.
— Tutto questo infatti, — ammise il Metello, — ha l'aria d'una favola, o per lo meno d'una millanteria. Ma so che il suo tempo è prezioso, onorevole, e non sarei certo venuto a farglielo sprecare inutilmente. Inoltre so di trovarmi dinanzi ad un uomo il quale ha bisogno di prove, non di sussurri, e non vuole daghe di cartapesta ma buone lame da combattimento. Insomma, onorevole Donadei, se io le dessi la prova tangibile di quel che ora le affermo?
— Sarebbe un altro conto, — si lasciò sfuggire il Direttore della «Crociata». Ma si riprese tosto, ed aggiunse un: «Ossia...», cui dovette cercare il sèguito. — Ossia, come Direttore d'un giornale cattolico, mi presterei volentieri all'esame di questa faccenda.
— Esaminiamo, — disse il Metello pacatamente, con un respiro di sollievo.
— Ma no, ma no, ella precipita!
— Non precipito affatto, onorevole: io comincio appena. E comincerò con un'ipotesi... Vuole?
[pg!268] Salvatore Donadei, con il palmo della sua mano grassa e villosa carezzava il bracciuolo della poltrona di cuoio; la barba gli nascondeva il mento poggiato su l'ampia cravatta nera; la catenella d'oro degli occhiali, passata dietro l'orecchio sinistro, gli dondolava su la spalla mal costrutta e pesante.
Saverio, a sua volta, si abbandonò contro la spalliera della seggiola, e, diméntico dell'ipotesi, fece quest'affermazione tranquillamente recisa: