— Noi due, qui presenti, l'avvocato Tancredo Salvi ed io stesso in persona, il giornalista Saverio Metello, abbiamo quel tanto che basta per denunziare Andrea Ferento al Procuratore del Re.

Avessegli fatto scoppiare un petardo sotto la poltrona, l'onorevole non avrebbe dato un simile sobbalzo.

— Cosa diavolo? cosa diavolo?... — cominciò a balbettare. Divenne rosso apoplettico ed arrotolò la sua barba quadrata in una specie di lungo pungiglione, che gli sfuggiva dalle dita sparpagliandosi a ciuffi. Poi disse: — Zitti ... zitti! — E levatosi, andò ad accertarsi che le due porte fossero ben serrate, quella sopra tutto che immetteva nel corridoio ed era una porta vetrata. Il Metello profittò di quella pausa per strizzare l'occhio a Tancredo.

— Anzi, è una cosa certa, — soggiunse. — Noi denunzieremo Andrea Ferento al Procuratore del Re.

— Zitto, zitto... — suggeriva l'onorevole, tornando verso la scrivania. Tancredo l'osservava nel frattempo con una specie d'avversione invincibile.

Era piuttosto alto e tozzo, con il capo leggermente piegato su la spalla sinistra, molto più larga e più bassa dell'altra, la quale invece gli si raggruppava contro il collo dandogli così un'apparenza, non di gobbezza, ma di estrema goffaggine. La marsina, sciupata nelle falde, gli faceva molte grinze al sommo del dorso incurvato; il bavero gli entrava sotto la folta capigliatura, che impolverava la schiena d'una forfora biancastra. I [pg!269] polsi grassi occupavan interamente i polsini rotondi, ch'erano chiusi da un largo bottone di corniola, mentre una doppia catena d'oro, passando per un occhiello del panciotto, scendeva con due curve abbondanti a nascondersi nei taschini opposti.

La faccia, tra capelli e barba, era quasi tutta occupata da un'alta fronte convessa, che pareva gonfia di cervello ed esprimeva una certa quale potenza bovina e quadrata, la quale metteva un non so che di spazioso in quella ingrata fisionomia.

Egli tornò a sedere nella poltrona di cuoio, e chinatosi verso il Metello, con un sorriso viscido si mise l'índice su la bocca.

— Non parliamo forte, mi raccomando...

Il Metello accennò di aver compreso e tacque. Allora il Donadei si rivolse a Tancredo come per interrogarlo, poi di nuovo si piegò verso il Metello, bisbigliando: