— Non è colpa mia, onorevole! — si scusò il Metello col suo più modesto sorriso. — Che vuole? Abbiamo condotta un'istruttoria lunga, laboriosa, pericolosa; da un piccolo indizio, da un fatto quasi trascurabile, che sarebbe sfuggito ad altri, noi ci siamo accinti ad una impresa che poteva parere, non dico assurda, ma cento volte pazza e fantastica. Siamo stati in un certo senso i Cavalieri dell'Ideale, abbiamo incatenate le ali dei mulini a vento... Ed ora, éccoci qui a dirle che la nostra opera è compiuta, l'istruttoria è chiusa, e noi siamo arbitri, sia di abbattere quest'uomo che di accordargli l'impunità... Ed abbiamo risolto di far scegliere a lei quale, fra le due cose, preferisca.

Da uomo astuto il Donadei certo comprese quel mercato che gli si proponeva, ma finse di non avvedersene e disse in tono declamatorio:

— Io non ho, signor Metello, altra preferenza che quella di seguire in tutte le mie azioni l'onestà e la giustizia.

— Per questo appunto siamo venuti ad importunarla, onorevole Donadei, — rispose il Metello con tanta naturalezza, che la sottile ironia delle sue parole parve inafferrabile.

— Sicchè? — fece il Donadei, grattandosi la fronte. — Concludiamo.

— Volontieri, — disse il Metello. — Si tratta...

— Si tratta innanzi tutto, — lo interruppe l'onorevole con una voce sbrigativa, — di dimostrarmi che i fatti stanno come loro affermano, cioè che non si siano per caso fatta un'illusione qualsiasi, nè involontariamente, nè...

[pg!271] — Va bene, — rispose con semplicità il Metello davanti a quella pausa.

— Questa è sopra tutto la cosa che m'interessa, — incalzò nervosamente il Donadei. — Perch'ella mi vorrà concedere che, davanti ad un fatto così enorme, io debba sollevare i miei legittimi dubbi e creda necessario di appurare in modo concreto le sue affermazioni.

Saverio Metello si guardò le unghie, simulando una specie di esitazione, poi disse con aria pudica: