— Ella comprenderà bene, onorevole, che appunto perchè siamo depositari, non di cose fantastiche, ma di assolute verità, lo scopo che ci condusse qui non poteva essere uno scopo semplicemente, come direi?... platonico.
Di nuovo l'onorevole preferì non comprendere. Trasse dal taschino del panciotto un cronometro d'oro voluminoso, ed appressátolo all'orecchio l'ascoltò con attenzione.
— I documenti che sono in nostro possesso, — precisò il Metello, — e l'azione che noi, anzi noi due soli, possiamo svolgere, assumendone intera la responsabilità, rappresentan un valore altrettanto ragguardevole, quanto è spaventoso l'effetto che sono destinati a produrre.
— Ella vuol alludere, se non erro, ad un valore finanziario? — disse deliberatamente l'onorevole Donadei.
— Voglio alludere, — spiegò il Metello senza turbarsi, e valendosi d'un'amabile perifrasi, — alla certezza in cui siamo di poter scegliere a nostro beneplacito fra l'accusa ed il silenzio. Ella sola è arbitra fra le due soluzioni e può, come le aggrada, persuaderci a volere sia la rovina come la salvezza di quell'uomo.
— Perdoni, perdoni... — l'interruppe ancor più nervoso l'onorevole Donadei, — ma non è questo il [pg!272] luogo per parlare di simili cose, tanto più che il tempo stringe.
Si passò le dita fra i capelli, con l'attitudine di una persona che stia dibattendosi fra la diffidenza e la tentazione; poi disse con frasi veloci:
— Certo, certo, quanto ella è qui venuto a riferire non manca d'impensierirmi gravemente... Non ho luogo di sospettare ch'ella si faccia illusioni, tanto più che uno di loro, se bene intesi, deve appartenere alla famiglia d'un uomo che ho molto apprezzato e venerato: Giorgio Fiesco.
— Io, per l'appunto. Eravamo fratelli, fratellastri... — precisò Tancredo, con modestia e con malinconia.
— Ottimamente, ottimamente! E poi non vedo quale scopo li avrebbe indotti a venire da me, se le cose non fossero quali mi affermano... Però, ecco, vedano, a me preme anzi tutto far loro una dichiarazione. Ed è questa: che nessun motivo d'animosità privata, nessuna ragione d'odio, nè di rancore, nè di passione mia propria, mi spinge ad accanirmi contro quest'uomo cui loro si propongono di muover guerra. In lui non vidi finora che l'avversario del mio principio, il negatore della mia fede, ma anzi un bello e nobile avversario. Non potrei dunque partecipare a tutto ciò, se non nella mia veste di uomo politico e per quel dovere imprescindibile che mi viene imposto dalla mia qualità di Direttore d'un giornale cattolico.