[pg!275] Ad uomini capaci di comprenderlo avrebbe fatta la storia breve, barbara, del suo delitto:
«Ascoltate. Uccidere perchè si odia, è facile; uccidere perchè si teme, più facile ancora. Ma spegnere la creatura che si ama, la creatura fraterna, indifesa e debole, spegnere l'uomo al quale si darebbe la propria vita serenamente se questo fosse necessario, non vi sembra, o giudici, l'estremo più insuperabile della volontà umana? Uccidere perchè il vostro cervello, nitido, sicuro, vi dice: — «Sì, lo puoi. Sì, lo devi!» — mentre il cuore convulsamente si rifiuta e mentre sapete, o giudici, che in quell'atto rinnegherete l'intera vostra vita, l'intera opera vostra... non è forse una prova di volontà così possente che pare non la contenga e non la possa compiere il cuore d'un uomo?
Eppure io lo feci, con questa mano che ancor oggi non trema.
Lo feci, perchè dovetti risolvere da me stesso un dilemma invero terribile: — O affrettare appena l'agonia d'un fratello condannato, o lasciare che finisse con un dramma la vita radiosa e fertile della donna che amavo.
Qui è tutto il problema, o giudici sereni: — Abbiamo noi il diritto, noi che studiammo la morte come una scienza precisa, noi che salvammo tante creature, le quali non appartenevano al nostro cuore, noi che vediamo il segno infallibile delinearsi nella materia moritura, abbiamo noi il diritto, in certi casi, d'impadronirci della morte?
E chi me lo vieta, se io non credo nell'uomo divino, come non credo nel miracolo che nessuno mai vide? Perchè dunque rimarrei spettatore neghittoso d'un breve indugio davanti al sepolcro inevitabile, quand'esso deve trascinare con sè, nel suo calamitoso cerchio, un'altra vita gonfia di albore, la quale ambisce a splendere con libertà e con gioia?
La natura non m'insegnò a rispettare ciò che vive; tanto meno ciò che muore. Io, che studiai me stesso [pg!276] e le ragioni del mio essere con aperti occhi, son nato dalla strage, son venuto al mondo in mezzo alla strage, sarò afferrato nel dissolvimento perpetuo che sta nell'atomo e nell'immenso come una bufera universale.
Nella distruzione di tutte le cose non ho fatto che accelerare d'un lieve attimo il rumore fuggevole d'un'agonìa.
Per compiere questo atto infinitesimo di libertà ho dovuto lottare con disperazione contro tutte le assurde paure che incatenano la coscienza dell'uomo; ho vinto, perchè ho saputo esserne più forte.
O giudici sereni, rispondete per me a quella turba urlante, che soltanto la mia coscienza è sopra l'opera mia, poichè appartengo alla dinastìa che promulga le leggi ma non le soffre, che inventa il bene ed il male, ma non può in alcun modo esserne disciplinata.