Se venuta è l'ora ch'io mi nomini, vi dirò che sento gravare su le mie spalle il peso della porpora imperatoria.
Non camminai fuori dalla strada; naturalmente mio, per forza di cose, doveva essere il privilegio del quale mi cinsi.
Dunque perchè condannereste l'uomo che solo accelerò di qualche istante una inguaribile agonìa, quando quest'uomo, per i legami che l'uniscono al suo stato, al suo tempo, alla sua razza, già si è reso complice di mille uccisioni? Perchè mai sarebbe criminosa quella volontà singola dell'uomo, che, divenuta una volontà collettiva, non lo sarebbe invece più?
Infatti non comprendo perchè domani mi sia lecito, anzi mi sia doveroso, abbattere con un colpo di fucile, anche proditorio, un essere umano il quale non ebbe in mio confronto altra colpa se non quella di nascere due palmi al di là dal mio confine, mentre sarà impedito, a me scienziato, curvo sopra un morituro che vedo già cadavere, d'instillargli nell'arteria quella goccia rapida che lo toglierà dal suo tormento, quand'io, libero uomo, lo stimi necessario, quand'egli, libero [pg!277] uomo, parimenti a me lo chieda, e quando — ascoltátemi bene, perchè in questo è l'essenziale, — quando l'affrettare di così pochi attimi una sicura morte, vuol dire schiudere ad altre creature la via della implacabile vita e della umana felicità.
In verità non vi sono ideali: l'uomo è solamente un rapinatore.
E poi dirvi ancor questo: «Mi sono arrogato il mio naturale arbitrio di ribelle che a nessuno ubbidisce. Ho ucciso, perchè fui certo anzi tutto che questo privilegio fosse degno di me. Ho ucciso, perchè il saper dare quella morte fu l'atto di coraggio più spaventoso ch'io potessi compiere; ed il coraggio mi piace, perch'esso è veramente un istinto della natura, la quale è tutta coraggiosa, da' suoi oceani alle sue tempeste.
Ed ho inoltre ucciso perchè, in un minuto secondo, ho sentito di amare più una donna che la ragione totale di me stesso, più una donna che l'infinito errore umano, più una donna che il mondo...
O giudici sereni, io sono medico e gli uomini ho curati con amore; molti medici dopo di me insegneranno a vivere fisicamente felici; un profeta è in cammino verso il domani, dal quale sarà cantato il dio che muore con l'uomo, dal quale sarà benedetta la magnifica Inutilità della vita...
Questo dio, nel quale io credo, assolve, o giudici, il mio delitto»
Sì, certo: così avrebbe parlato Andrea Ferento, davanti un'assemblea d'uomini suoi pari.