[pg!290] Cominciava la sua battaglia: era pronto, magnificamente pronto.
Lo vedrebbero andare a fronte alta contro l'accusa, muto in mezzo alle contumelie, come se il clamore di una intera città non bastasse a distoglierlo dalla sua via consueta nè ad impedirgli di compiere ancora una volta l'opera sua giornaliera, della quale voleva mostrarsi più degno e più innamorato che mai.
Aveva coscienza del suo prestigio fisico e ne godeva come d'un privilegio sovrano, conferitogli dalla natura stessa, nell'impronta, nel calco della sua persona. La folla, che ha per suo destino quello di ubbidire ad uno solo, è veramente femmina davanti a chi la disprezza, davanti a chi, senza riflettere, col suo coraggio la incatena. Egli sapeva che nessuno avrebbe osato affrontarlo a viso aperto, nè si occupava di guardarsi le spalle, perchè, a tutelargli le spalle, bastava la sua medesima tranquillità. Inoltre, nemmeno fra gli avversari Andrea Ferento era un uomo odiato: la sua vita pura come cristallo moveva un senso di stupefazione in coloro stessi ch'erano schierati sotto altre bandiere. Aveva combattuta la sua guerra con un magnifico sdegno, e, davanti alla folla, troppo avvezza a patire le menzogne dei retori, aveva il merito incomparabile di aver detta la verità. Di aver detta la verità sempre, con un coraggio che poteva parere insensato, anche quando le chiese, i governi, le clientele, i partiti, erano in lega solidale contro lui, perchè tacesse.
Possedeva le due qualità che maggiormente innamorano le moltitudini: era un ribelle ed era un munifico donatore. Chi mai lo toccherebbe? Non certo quell'eterno ribelle che si chiama il popolo, non certo quella rozza femmina eccitata che si chiama la folla.
Ed ecco, intorno a lui, dapprima, un silenzio grande si fece.
Camminava; ed alcuni, ammutolendo, gli mossero dietro, quasi per meraviglia della sua temerità, e forse per vedere dove quell'uomo andasse. Nessuno [pg!291] aveva certo supposto di trovarsi viso a viso con lui, nè creduto ch'egli venisse a costituire la sua libertà frammezzo a loro con un gesto così deliberato e così tranquillo.
Questa folla, che da un momento all'altro s'aspettava d'essere sgombrata dai gendarmi, o d'azzuffarsi con i partigiani dell'avversario, si vedeva improvvisamente fendere dall'uomo stesso ch'era venuta per provocare.
Questo potente camminava tra loro senza guardia nè partigiano, e passava in mezzo ai clamori diretti contro il suo nome, senza corrugare la fronte. Non solo, ma quest'uomo era Andrea Ferento, lo scienziato che dalla cattedra inebbriava i giovani, co' suoi libri commoveva l'opinione del mondo, negli ospedali, come un buono ed umile operaio, curava i malati; quest'uomo era stato tempo innanzi alle soglie del potere, e solo per isdegno volontario ne aveva receduto.
Camminava dietro di lui, intorno alla sua ombra, tutta una storia di cose belle, che ognuno rivedeva. Chi lo toccherebbe? Chi seguiterebbe a gridargli sul volto: — Assassino! — se pur questo era l'ordine?
Adesso era preso nel mezzo, era in balìa di questa grande folla; camminando la faceva ondeggiare. Il suo nome, più veloce di lui, lo precedeva nel tumulto; una curiosità malsana invadeva l'ammutinamento; era un accorrere da ogni parte verso l'uomo che si faceva strada. Si faceva strada senza parlare, senz'ascoltare, guardando innanzi a sè, diritto, come un uomo sicuro della sua meta; e lentamente la turba lo ingoiava, stringendolo come un nòcciolo nelle sue pareti poderose.