Fece a tutti un gesto frettoloso di commiato, e con voce ferma chiamò, come soleva ogni giorno, il suo primo assistente:
— Rosales, mi faccia vedere i bollettini.
Il giovine, vestito del cámice bianco, gli si avvicinò scolorato come una fanciulla, ed insieme, tra un silenzio rispettoso e commosso, entrarono in quello studiolo a pianterreno che aveva contro la finestra gli odorosi rami dell'ólea fiorita.
Rimasero in piedi, uno di fronte all'altro, senza dir nulla, poi, con un moto nervoso, il Ferento cominciò a sfogliare i bollettini.
L'altro lo guardava con gli occhi lucenti, senza [pg!297] muover labbro, come un figlio guarda il suo padre che abbian ferito a morte e che sia per morire. Stava diritto, fermo come una sentinella, con le braccia lungo i fianchi; ma i polsi tuttavia gli tremavano.
Pur nel leggere, il Ferento lo vedeva. Ed allora sollevò sopra il giovine i suoi occhi superbi, spianò la fronte come un uomo sereno ed incolpevole, che alla muta paura del discepolo volesse rispondere con una muta tranquillità.
Ma questi non resse allo schianto, e con un dolore pieno di febbre, quasi piegando le ginocchia, gli afferrò una mano, balbettando:
— Professore, qualsiasi cosa le abbisogni, o le accada, si ricordi, si ricordi che io son qui...
E dai buoni occhi cilestri gli cadevan lacrime nella barba bionda.
Il Ferento strinse velocemente quella mano, si morse un labbro, e volse altrove la faccia, per non fare quello che un uomo non può fare: piangere.