Quel che frattanto si conosceva di sicuro in mezzo alle mille dicerìe, si era che il giudice Niscemi aveva due volte chiamato nel suo gabinetto il denunziatore [pg!299] Tancredo Salvi, ch'era in quei giorni tronfio di popolarità sino alle radici dei capelli, e si esibiva da mattino a sera, ovunque potesse, alla curiosità pubblica, dondolando la sua quadrata persona con un far magnifico da istrione applaudito.
In buona fede a lui pareva d'essere il «deus ex machina» di tutta questa faccenda. Il vedere la città piena d'ammutinamento, rossa di furore, in séguito alla sua denunzia, lo investiva d'un così grande orgoglio della propria potenza, che non invidiava più nulla e nessuno, anzi dimenticava quasi d'aver in tasca il prezzo del suo turpe mercato.
Il Metello, più prudente, più alieno da simili notorietà, si era tratto in disparte, pieno di riserbo, dopo aver conclusa con il Donadei la losca faccenda e con un sottile riso enigmatico su l'orlo delle sue labbra perverse, lasciava che la vanagloria del suo complice ostentasse per proprio conto i lauri di quelle giornate clamorose. A malincuore si era veduto inscrivere nella lista dei testimoni, e con rara modestia egli preferiva starsene quieto in un cantuccio, ad osservare con occhio sospettoso la piega degli avvenimenti.
Il solo con il quale osasse talvolta scambiare qualche lieve apprezzamento era quell'ottimo raccoglitore di farfalle che si chiamava Dandolo Zappetta, al quale non era fino allora capitato in premio nemmeno il becco d'un quattrino, mentre continuava nell'alta soffitta a preservare dalla polvere il suo giubbino luccicante, le sue scarpe senza macchia.
Il Metello aveva preso l'abitudine di andarlo a trovare quasi ogni giorno, sebbene le lunghe scale fossero dolorose a' suoi piedi che s'inasprivano di trafitture. Là in alto, fra lo svolazzare fermo delle farfalle appuntate, insieme discorrevano di quella lunga e lenta istruttoria. Il Metello faceva previsioni, Dandolo si limitava ad ascoltar le sue parole con un sorriso pieno di sarcasmo indifferente. Sapeva ormai come funzionino i poteri dello Stato, e non aveva maggior [pg!300] fiducia nella toga del giudice che nell'uniforme del poliziotto. Tutto era un gioco di dadi entro un bossolo truccato, e la bacchetta magica poteva per la maraviglia far spalancare le bocche degli spettatori.
Poi ridevano insieme di quel tronfio e ridicolo Tancredo, lo Zappetta senza livore, il Metello con una voglia matta che capitasse un fracco di legnate su la groppa di questo re da burattini.
Ma per quanto il buon Tancredo vestisse con pompa la toga dell'accusatore, nessuno era così miope da non riconoscere in lui solamente l'uomo di paglia. S'intravvedeva dietro le sue spalle quadrate il profilo fuggente, la faccia insidiosa del vero denunziatore. L'articolo firmato «Ergo» aveva dato fuoco alle polveri; l'uomo che si firmava «Ergo» era, nell'opinione di tutti, l'insidiatore nascosto, che aveva teso l'agguato all'antico avversario. La battaglia era unicamente fra loro; l'odio che fomentava tanto insorgere portava il suggello antagonistico dei loro due nomi.
Entrambi stavano in alto, saldi, agguerriti, tra falangi di partigiani, con in pugno entrambi lo scettro che asservisce i poteri allo sfogo dell'odio settario, con la voluttà entrambi di volersi misurare una buona volta in campo chiuso, uomo contro uomo.
La battaglia pareva una sfida mortale; o l'uno o l'altro doveva tendere il collo al capestro. Eran due cupi avversari, ma due disperate volontà.
Nell'intimo del suo convincimento, Leonardo Niscemi non era persuaso che il Ferento avesse potuto uccidere. Quella simpatia che lega insieme tutti gli uomini d'una certa elevatezza d'ingegno lo avvicinava piuttosto al Ferento che non al palese od al nascosto accusatore. D'altra parte lo allettava il fatto di poter frugare a suo beneplacito nei recessi d'una così alta vita, e quella iconoclastìa che ferve nell'animo di tutti gli ambiziosi lo spronava contro l'incolpato come un perverso allettamento.