Leonardo Niscemi, eretto a giudice d'un uomo e [pg!301] ad arbitro d'una grande contesa, pensava innanzi tutto a non giocar la propria carta sul tavoliere perdente, poi a servire la Giustizia, questa bella parola gonfia e luccicante come una bolla di sapone.
Tancredo Salvi era stato imbeccato a puntino. L'accusa pareva in sè stessa un po' vaga ed arbitraria, ma c'era, fra le molte voci raccolte, un'affermazione particolarmente grave, quella del medico Paolieri, ch'erasi recato a visitare il Fiesco pochi giorni prima della sua morte ed aveva notato nell'infermo alcuni sintomi sospetti.
Dalle chiacchiere del Paolieri, per l'appunto, i primi bisbigli eran nati nel villaggio, trovando conferma in tutti coloro che avevano veduto il cadavere guasto. Ma ora queste mormorazioni avevan cessato di ondeggiare in un sussurro anonimo, per divenir deposizioni vere e proprie, di molte persone ch'eran pronte a ripeterle, a firmarle, a costituire insomma quel che si chiama l'accusa dell'opinione pubblica. Inoltre v'eran due gravi coincidenze che militavano contro il Ferento, ossia la notorietà ormai innegabile del suo legame con la moglie del Fiesco e la quasi compiuta sua gravidanza.
L'accusa, benchè basata sopra indizi, era dunque solidamente costrutta e poteva impensierire chicchessia per il suo colore di verisimiglianza. Tancredo Salvi narrò al giudice tutto quanto eragli occorso durante la visita funeraria, ed il risultato di questi colloqui, fu che il giudice ordinasse il disseppellimento del cadavere, onde sottoporlo a necroscopìa.
I periti scelti furono tre medici che avevan uso di queste pratiche giudiziarie.
Una mattina gli affossatori, entrati nel piccolo cimitero di campagna, dove, sotto il marmo ancor nitido, si consumava la spoglia di Giorgio Fiesco, ricominciarono a scavare la terra intricata di fresche radici.
Un giardino di fiori selvatici, con mazzi di grandi papaveri già curvi su gli alti steli, sbocciava tra gli [pg!302] zoccoli delle sepolture; una festività di grano maturo invadeva l'aria turchina sopra il tranquillo cimitero di campagna, e una biondinetta, levátasi di buon mattino, con qualche spolverìo di cipria su la camicetta nera, con le mani congiunte dietro la schiena e la capigliatura scintillante nel sole, assisteva, pochi passi lontano dal sepolcro, a questa lugubre faccenda.
La biondinetta si chiamava Maria Dora. Dal giorno ch'eran giunte al villaggio le prime notizie dello scandalo aveva cessato di lasciar garrire il suo scilinguagnolo impertinente, aveva inchinato sul petto il mento rotondo, e guardava pensierosamente correre la vita, chiudendo in un silenzio ostinato il suo cuore che le doleva un po'...
Ella non aveva mai veduto risalire dal grembo della terra una cassa da morto, ed osservava quella triste opera con un senso curioso ed affannoso di novità. Le pareva che ogni colpo di zappa la colpisse nella sua medesima carne, ma insieme colpisse anche un altro essere, ch'era lontano, e si trovava solo contro una immensa guerra, nella quale, per quanto forte, non le pareva che egli potesse trionfare.
Ella non rivedeva che lui, dietro il vapore biondo che nel sole offuscava i suoi chinati occhi; non rivedeva che lui, senza ricordarsi bene se ancora l'amasse o l'odiasse, tanto l'evidenza della colpa ch'egli consumava con la sua sorella, e forse l'invidia della lor colpevole felicità, le stringevano intorno al cuore una specie di nodo soffocante.