Gli scavatori celiavano senza curarsi di lei: nella terra umida e rovesciata entrava brillando il sole; ed ella se ne stava in disparte, con il capo raccolto fra le spalle un po' inquiete; quasi cullando in sè stessa un'assurda speranza, e cioè che non si ritrovasse più nulla, che già i vermi avessero divorato la spoglia, il feretro, e dispersa nel lor viscido brulicame la prova di quella colpevolezza ch'ella sentiva essere, ahimè, troppo certa!...

[pg!303] Ma invece, dalla profonda fossa, risollevaron il feretro pressochè intatto e lo caricaron sopra un carro da buoi, che andò via cigolando. Ella non si mosse, finchè disparve. Poi, rimasta sola, si affacciò curiosamente sopra la fossa vuota.

E vide un ragno enorme che vi camminava nel fondo, incespicando fra il terriccio umido con le sue molte zampe villose.

Il giorno dopo tutti partirono per la città. Nella casa di Giorgio Fiesco, dove recaronsi ad abitare, trovaron Novella dimagrita, febbricitante, che li guardò con i suoi grandi occhi pieni di spavento e, buttatasi nelle loro braccia, ruppe in lacrime singhiozzanti. Era sfinita di fatica, d'amore e di maternità; mancavano poche settimane alla nascita della sua creatura.

Nessuno volle ancor più turbarla; non una domanda, non un rimprovero ella udì mai su le lor labbra indulgenti; la madre, il padre, la sorella non fecero che inchinarsi come anime tutelari sopra la sua maternità e sopra il suo dolore.

Nulla eravi di mutato nella casa di Giorgio Fiesco da quando egli stesso vi dimorava, poichè, negli ultimi tempi, obliosa d'ogni scrupolo e d'ogni prudenza, ella era vissuta di continuo nella casa del Ferento. Avrebbe continuato a vivere sperduta e inerte nella sua ombra, se l'infierire della battaglia ed il termine della gravidanza non avessero persuaso il Ferento a separarsi da lei, rendendola in grembo alla sua famiglia. Era d'altronde necessario che tutti venissero in città per coadiuvarlo nella sua difesa: e da poco erano arrivati, quand'egli sopraggiunse nella casa del Fiesco. Entrò rapidamente, senza lasciare il tempo d'essere annunziato.

Eran tutti raccolti nella grande sala, ove i divani e le seggiole, custoditi sotto fodere di tela greggia, diffondevano in quella fredda casa un senso di antica disabitazione. Nel vedere il Ferento, sorsero in piedi [pg!304] con uno scatto involontario, come se ognuno avesse preferito in quell'attimo non trovarsi viso a viso con lui.

Marcuccio, ch'era d'umor pessimo per la fatica e la novità del viaggio, se ne stava seduto sul bracciuolo d'una poltrona, con un piede accavallato su l'altro ginocchio, e oziosamente si strofinava le unghie contro la suola polverosa. Non súbito lo riconobbe; ma, dopo averlo ben fissato, incominciò a ridere, a ridere, chissà per qual ragione.

Andrea guardò Novella, ch'era lì, seduta; guardò il suo cappello da vedova posato accanto a lei sopra un tavolino, guardò la sua giovine sorella, che le stava presso, ritta in piedi, e quasi la vigilava tenendo una mano appoggiata sul pizzo nero che ricopriva la sua scollatura.

Dall'infocato tramonto veniva una luce soverchia, nella quale tutte le fisionomie parevano colorarsi d'una vampa. Essi a lor volta lo fissarono, e lo videro quale non era stato mai, con tutta la sua forza raccolta nel viso, eppure stanco. Una ruga profonda, incisa fra i sopraccigli, duramente spartiva la sua fronte; una specie di ostinato sarcasmo gli armava la mascella dura.