Sopravvenivano altri giornalai; la strada fino al termine biancheggiava di pagine spiegate. Macchinalmente anch'egli si cercò nelle tasche una moneta, comprò il giornale, poi, quasi correndo, percorse la distanza che lo separava dal suo portone, entrò difilato in mezzo alla gente che l'ingombrava: si trovò nella corte. [pg!315] Un lampione ad acetilene rischiarava il porticato facendo splendere la porta a vetri che chiudeva l'accesso dello scalone.

Alcuni gli si fecero intorno; egli chiese distrattamente: — Che è stato? che è stato? — e spiegò il giornale.

Allora, súbito, dette un urlo. Aveva letto in capo della colonna: — «L'assassino è l'assistente di Andrea Ferento: Egidio Rosales.»

— Ma no! ma no! ma no!... — si mise a dir forte, mentre con gli occhi leggeva, e mentre intorno a lui si andava stringendo un cerchio di persone silenziose.

Ogni tanto egli le fissava con occhi esterrefatti, come per interrogarle; poi di nuovo a leggere con avidità, con terrore.

La notizia era questa: poche ore innanzi, mentre Salvatore Donadei scendeva dalla Redazione della Crociata insieme col suo capo redattore, un giovine lo aveva subitamente affrontato sul marciapiede, scaricandogli addosso tre colpi di rivoltella a bruciapelo e gridandogli ad ogni colpo: — Basta! basta! basta!

Ferito due volte nel petto, una volta nella fronte, il Donadei stramazzò senza rispondere, morto.

L'aggressore gli gettò sopra l'arma fumante, si volse alla strada e gridò:

— Voleva uccidere un santo! Io l'ho vendicato!

E scomparve. Tutto questo in un baleno.