Il Commissario lo fece chiamare nel suo gabinetto. Il Rosales entrò, in mezzo a due questurini, pallido, con il bavero alzato. Nella sua chiara fronte, ne' suoi femminili occhi splendeva una estatica serenità.
Con un atto paterno e disperato il Ferento gli si buttò incontro, quasi volesse tentare di strapparlo a' suoi carcerieri, a quelle due guardie impassibili, ferme, agghindate nell'uniforme dalle bottoniere luccicanti.
— Rosales! figliuolo mio! che avete fatto? Che avete fatto, per carità?!...
Ma questi non rispose; un tremito convulso gli agitò le spalle, gli fece brillare intorno al mento la tenue barba bionda; poi si lasciò cadere a piè del suo maestro, e singhiozzando avvinghiò le braccia intorno alle sue ginocchia.
— Perdono! perdono... — balbettava; — ma non era più possibile che Lei...
Andrea Ferento lo sollevò da terra quasi con violenza, e come padre e figlio, come fratello e fratello, que' due uomini, fra i quali stava la morte, insieme piansero abbracciati.
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VIII
L'istruttoria si trascinò ancora per qualche tempo, finchè i periti risposero con un giudizio fermamente negativo. Allora il giudice Niscemi chiuse l'istruttoria e sottopose gli atti alla Camera di Consiglio, la quale, frustrando la denunzia, addusse in favore del Ferento l'inesistenza del reato.
Il cadavere dissepolto ritornò a dormire l'interrotto sonno in quel piccolo cimitero di campagna, ove ormai gli sfioriti mazzi de' papaveri si piegavano con una specie d'ubbriachezza, dondolando su gli esili steli, mentre qualche foglia gialla si metteva a correre di tomba in tomba nelle folate crepuscolari.