Da lungo tempo non era entrato più nel suo laboratorio; anzi; per non dover rispondere ad interrogazioni, [pg!333] aveva licenziato da sè, occupandolo nella farmacia della Clinica, il giovane batteriologo che da parecchi anni lo assisteva in ogni esperienza. Nel pensare alle sue ricerche interrotte provava un senso di tedio: nè gli esperimenti nè i libri di scienza lo interessavano più. D'un tratto, era caduta giù da' suoi occhi una specie di maschera spirituale; gli pareva di riconoscere in sè altr'uomo; la stanchezza totale del suo spirito gli impediva di giudicarsi.
Ma, senza dubbio, anche l'amore indefesso che aveva portato alla guarigione, alla salvezza dell'uomo, era in lui diminuito singolarmente: la missione d'una volta ora gli appariva tutt'al più come un mestiere necessario e vile.
Continuava macchinalmente a guidare l'Istituto Clinico, ad essere il capitano d'una falange di salvatori, a chinarsi giorno per giorno su gli enigmi continui della malattia e della morte; ma gli pareva nello stesso tempo che una voce in lui nascosta lo beffasse continuamente, come da sè medesimo si beffa un uomo il quale sappia di star compiendo alcunchè d'inutile.
Andava molto spesso, con una curiosità quasi da neofita, a guardare i morti. E poichè questa era la fine inevitabile d'ogni creatura, gli pareva cosa veramente trascurabile che «gli altri» avessero a morire qualche giorno prima, qualche giorno dopo...
«Gli altri...» — ecco quello ch'era divenuto assolutamente estraneo al suo mondo; non capiva più come si potesse spendere la vita per «gli altri». Il senso egoistico della sua persona s'aumentava in lui grandemente, ma senza più comunicargli alcuna volontà di elevazione; la sua febbre di conoscenza e d'indagine si rappacificava ogni giorno più nella inerte pigrizia del non pensare, in quel senso d'impossibilità e di rinunzia che fluttua su lo spirito dell'uomo, quand'è passato, con il cuore esausto, al di là da un immenso dolore.
Quasi che un tarlo invisibile fosse entrato a corrodere l'architrave del suo pensiero metafisico, gli parve [pg!334] di comprendere che tutto l'edificio, d'un tratto, con le sue colonne ciclópiche, i suoi fastigi avvampanti, stesse per minacciar rovina; ed egli era incapace di ritrovar la via tortuosa di quel tarlo struggente, incapace di costrurre un arco più solido sotto quello ch'era in pericolo di sprofondare.
Ancora una volta, nella storia dei sogni umani, l'uomo temerario ch'era salito in cima alla montagna del mondo si sentiva riafferrare da una mano invisibile, trascinare in giù, per il pendìo tenebroso, verso la sua catena ed il suo covo. Il ponte gettato su l'infinito peccava come sempre d'un millesimo nel calcolo della sua curva, e ciò bastava perchè il peso microscopico d'uno uomo pericolasse di farlo rovinare.
Andrea Ferento aveva cantato il «Dio che muore con l'uomo», aveva creduto nella passante Inutilità della vita; come tutti i sognatori, come tutti gli apostoli, aveva rifiutato di piegare la sua dura fronte sotto il peso delle inevitabili obbedienze umane.
Un giorno, a mezzo del cammino, gli era stato necessario di sopprimere, di chiamare a sé, per anticiparle un dono, «la pallida alleata, Morte»; — e, sicuro d'averne il diritto, reso incolpevole dalla sua temerità, uomo contro uomo, vita contro vita, sereno, implacabile, aveva ucciso.
Ecco: a biasimarlo, in lui non s'era levata la voce oscura d'un Dio; a incatenare il suo polso libero non era bastata la forza vindice dei poteri sociali; sopra il suo delitto travolto la vita rifluiva, come sopra la diga sommersa il fiume barbaro.