E tuttavia, da quel giorno, qualcosa d'inafferrabile era entrato a disordinare la sua mente; la terra da quel giorno brulicava davanti agli occhi suoi d'infinite agonìe; sopra tutte le speculazioni del pensiero appariva, scaturiva chiaramente una verità essenziale, non facile ad esprimersi con parole, per quanto essa brilli e traspaia da ogni cosa viva: — e cioè, nell'immanenza perpetua dell'anima universale», insoffocábile divinità [pg!335] che tutto compénetra il senso della vita e della morte.
Obbiettivamente poi, quel suo coraggioso atto di libertà aveva prodotto un bene anzichè un male; aveva lasciato vivere due creature giovini e fertili, rendendo appena più celere una insanabile agonìa. Egli era medico: non credeva quindi nel miracolo; quell'agonìa poteva essere tenace, diuturna forse, ma era infallibilmente un'agonìa. Il medico dunque aveva solo armato il suo polso di quel virile coraggio, che in talune circostanze verrà forse comandato ai medici di domani.
Davanti al suo cervello, egli non aveva peccato se non contro quella «volontà negativa» insita nella materia e che pareva esserne la qualità divina. Ma il piccolo tarlo era in ciò: ch'egli aveva lesa una legge fondamentale, s'era impadronito della morte, s'era fatto complice di quell'avversaria che l'uomo deve odiare. Per lui, medico, per lui, apostolo della vita, quest'alleanza era tradimento. Ed ormai gli era impossibile non sentirlo, anche sopprimendo il cuore, con il solo cervello.
Aveva in verità vôlte le spalle sul campo di battaglia, disertato dalla sua bandiera.
Se veramente, com'egli aveva concluso, la vita era un fatto aleatorio ed inutile, si doveva poterla sopprimere senza udire nell'eco interiore dell'essere quel grido universale che si eleva dalla materia lesa, contro l'atto che uccide.
Ma se all'uomo più forte non era lecito far sì che questo grido tacesse, c'era forse mai nell'Inconoscibile una potenza che non poteva in alcun modo accedere al pensiero dell'uomo, che certo non era Dio, ma non era neanche l'Inutilità?...
E il tarlo camminava, camminava, tra le screpolature del castello ciclópico, senza dargli pace.
Fra tutte le colpe dell'uomo gli pareva che il tradimento fosse la più spregevole, poichè anche il delitto può esser bello, se richiede un grande coraggio. [pg!336] Ma il tradimento non ne richiede alcuno; ed egli appunto sentiva di tradire, nel chinarsi ancora, con una pietà ormai simulata, sul letto degli infermi, nel vestirsi da benefattore, da salvatore, egli che aveva ucciso.
Gli altri medici della sua clinica forse ne sapevano meno di lui, ma erano più degni; que' chirurghi dalle braccia nude, sporche di sangue, ferivano anch'essi, ma ferivano per salvare; que' medici attenti, che negli alti armadi sceglievano e mescevano con saggezza le dosi dei veleni, troppo spesso lo inducevano a rammentarsi di quella composizione chimica perfida e sottile che gli era servita per propinare a dosi lente una introvabile morte. L'aspetto medesimo di quel sereno edificio, dove la sofferenza era santificata come nelle chiese la preghiera, non gli riusciva più familiare come una volta, e spesso provava la sensazione d'esservi pressochè in esilio. Nel traversarne ogni mattina le diritte corsìe non aveva più accanto la limpida figura di Egidio Rosales, e questo, questo sopra tutto, gli stringeva il cuore come nella forza d'una mano crudele.
Ogni tanto volgeva indietro gli occhi, e per abitudine credeva di rivederlo. Alto, biondo, con il càmice che gli scendeva sino alle caviglie, una profonda cicatrice, pur visibile tra la barba, gli feriva il principio del collo sotto la mandibola sinistra; teneva un libro aperto su l'avambraccio e scriveva rapidamente, con una penna stilografica, facendo stridere la carta...