Ora non più. Il Rosales era lontano, vestito di un'altra stoffa più ruvida, la tela del reclusorio, e chissà mai, forse in quel momento risognava con i suoi occhi allucinati la corsìa luminosa dell'ospedale per dove il suo maestro passava...
Salvarlo interamente non gli era stato possibile; aveva ottenuto che una perizia lo dichiarasse irresponsabile. In luogo dell'ergastolo fu condannato al manicomio criminale, nè mai passava giorno senza che il [pg!337] Ferento tentasse qualcosa per abbreviargli o per lenirgli la pena.
Fra i moribondi, fra i malati, fra i convalescenti, egli provava sempre più un senso d'esilio; veder morire gli pareva ormai una cosa snervante e laida; guarire, un fatto accidentale, che altri potevan operare meglio di lui. La sua Clinica non gli pareva più un limpido e sereno tempio elevato al dolore dell'uomo, bensì una triste casa, ove tutte le putredini della carne eran manifeste, i gemiti confusi, la morte accumulata.
Sentiva talvolta il bisogno subitaneo di uscirne, verso l'aria libera, o di cercare nelle braccia dell'amante il rifugio e l'oblìo.
Non lo avevano condannato le leggi: si condannava da sè, in silenzio, da vero giudice di sè stesso, con la condanna più alta e più crudele che mai si potesse infliggere, ossia rifiutando a sè medesimo di vincere ancora.
Non il suo delitto, ma il tradimento gli era di peso; in ogni attimo aveva la tentazione di provocare i suoi nemici, affermando loro la verità. Libero e solo, forse lo avrebbe fatto; ma due creature complici della sua colpa gli comandavano il silenzio: — e tacque.
La sua lotta fu lunga, e dibattuta nel modo più crudele; ma un giorno subitamente si risolse. Con una lettera concisa e ferma rassegnò al Ministero le dimissioni dalla sua cattedra universitaria; nello stesso tempo, radunata in una sala dell'Istituto l'assemblea dei medici, con brevi parole comunicò loro di aver donata la sua Clinica al Comune e di trapassarne in quel giorno stesso la direzione al suo collega più anziano, l'illustre professor Damiato.
Questi era presente al convegno ed era per l'appunto quegli cui dava insopportabile ombra la gloria di Andrea Ferento. Nel suo geloso cuore d'uomo, aveva intimamente sperato che l'accusa lo rovesciasse.
Fra quei medici che, da molti anni, con il potere della sua grande anima, nell'alta solitudine della sua [pg!338] virile gioventù, limpido e libero, Andrea Ferento capitanava, la sorpresa ed il cordoglio per quella notizia furon estremi. In un silenzio pieno di perplessità la voce tranquilla del Ferento parlava: era in piedi fra loro, a qualche passo dal semicerchio silenzioso che gli formavano intorno. Parlava ritto su l'alta persona, ravvolto in una specie di assiderata e brillante solitudine, come quando era dinanzi al feretro del suo fratello che ponevano in sepoltura. Nella sua faccia non un muscolo trasaliva; ne' suoi fermi occhi non brillava che una decisa tranquillità. Tra quel silenzio, la sua voce scandiva le parole vibratamente, quasi volesse inciderle a duri colpi nella memoria dei compagni e dei discepoli. Ogni tratto, al termine delle frasi, rovesciava un poco all'indietro la fronte pallida, con una mossa che faceva tutta rilucere la sua bella capigliatura.
Essi lo guardavan muti, protesi verso di lui, senza osare interromperlo.