— «Sì, miei amici; voi continuerete, buoni e valorosi come foste finora, la strada che vi ho tracciata. Per me, oggi, non ho bisogno che di riposo. Anzi, questa non è la parola: ho bisogno di pace.»
Abbassò gli occhi d'improvviso luccicanti, e tacque, mentre le sue parole vibravano ancora nell'alto silenzio della sala. Poi tese la mano verso loro, con un gesto di commiato, come per salutarli tutti, e risoluto si volse. Ma d'un tratto, con un disordine di clamori e di proteste, il semicerchio si chiuse, l'assemblea sollevata in un concorde impeto si strinse commossa e fedele intorno all'uomo che l'abbandonava.
Egli non aveva detta parola intorno al suo dramma, eppure tutti supponevano di comprendere la verità: «non era nè malato nè stanco; ma il suo rifiuto era sdegno; sdegno e tristezza per l'orribile assalto. Messo alla gogna davanti al paese intero, ferito volgarmente ne' suoi amori più nascosti, costretto a scendere nella piazza, s'era difeso come doveva; — ma ora il cuore non gli reggeva più, l'angoscia lo soverchiava, con tal delusione da fargli preferire ad ogni cosa l'esilio...»
[pg!339] Ed allora quel gruppo d'uomini, che nonostante le piccole gelosie, nonostante le asprezze talvolta eccessive del suo carattere, lo avevano pur veduto per tanti anni, con un amore indefesso, con una bellezza di mente e di spirito non eguale ad alcuna, limpido, buono, instancabile, governare quella casa benefica, essere veramente il genio della sofferenza e dell'agonìa, dare tutto sè stesso a quel mondo che poi l'aveva oltraggiato... e in verità, — poichè tutti, ad un momento dato, sopra l'invidia e l'ira sentono il potere dell'uomo più forte — in verità essere stato il lor maestro, il lor compagno, il lor fratello di pazienza e di fatica, — tutti, e perfino lo stesso rivale, ch'egli debellava con quell'atto di generosità, tutti, come obbedendo all'impulso di un solo cuore, gli si fecero intorno, tumultuosi, e con atti e con parole rifiutavano ch'egli si partisse da loro.
Sembrava che almeno per una volta, quel che c'è di buono, di leale nel cuore dell'uomo venisse al fiore delle fisionomie, su l'orlo delle bocche, all'ápice quasi delle mani che cercavano di fargli una fedele violenza, e pareva che, pur non osando per il grande rispetto alludere al suo dramma, ognuno volesse dirgli tuttavia:
— «Che importa? che importa? Non è laggiù la vostra casa, ma qui, fra noi, dove siete in mezzo ad una famiglia numerosa, che ben vi conosce. La forza che vi difende siamo noi. Vi abbiamo già difeso... lo sapete! — vi difenderemo ancora. No, no! è impossibile quello che voi ci annunziate!... A chi ubbidiremmo noi dunque il giorno che non ci foste più?»
Egli ascoltò a fronte china quel tumulto di parole, abbandonò le sue mani a coloro che parlando le stringevano — ma, invece di rispondere, guardava interiormente in sè stesso, provava più che mai la tentazione di sopraffare quel tumulto con un grido, e rispondere: «Ma non sapete, non sapete, o pazzi, che l'ho veramente ucciso? Io, che mi chiamo Andrea Ferento, con le mie proprie mani, l'ho veramente ucciso!»
La tentazione era così forte che già gli pareva d'aver [pg!340] gridato, nel suo silenzio interiore; e levò gli occhi smarritamente.
No! non bisognava decretargli quella specie di trionfo, innalzarlo ancor più, credere ancor più nella sua menzogna!... Li aveva traditi! traditi! e non poteva nemmeno pretendere alla bellezza di accusarsi, all'orgoglio di ricingersi d'una ben altra impunità!...
Fra gli uomini v'era chi lo incolpava e chi lo credeva innocente; non v'era tuttavia nessuno al quale potesse dire: — «Sì, ho ucciso», — ed affermarlo tranquillamente, come si dice: — «Ho fatto il mio dovere».