Ambedue si guardaron fugacemente, non seppero se commossi o vergognosi, e per nascondere la loro confusione si chinarono entrambi con un moto concorde sopra le spalle ampie della nutrice, che sapeva di latte odoroso. Ed ella, ridendo nella faccia adusta, sollevò su le braccia rotonde, abili nel cullare, quel prospero infante, il qual parve appartenesse a lei più che alla sua madre.

I cavalli andaron via facendo stridere la ghiaia; tra gli alberi s'attenuava il rumore delle sonagliere. La serena casa era ferita nei vetri dall'opposto sole; un'unica finestra rimaneva chiusa — ed entrambi la guardarono.

Adesso mamma Francesca s'affaccendava intorno a Novella, narrandole infinite storie del suo piccolo bimbo.

«Quel bocconcello di carne aveva uno spirito indiavolato... quel bocciolo di tulipano, gonfio e lucido, era d'una intelligenza e d'una forza che sbalordivano; certamente incomincerebbe a parlare prima degli altri bimbi, e — secondo mamma Francesca — somigliava come due gocce d'acqua a Marcuccio quand'era piccino...

[pg!346] Nella serena casa nulla era mutato. Entrandovi, quei due che s'amavano si sentiron d'un tratto investire dall'ombra di lontani fantasmi, furono ancora subitamente l'amico e la moglie del morto.

Ecco: avevan scoperto il luogo dov'egli abitava. Non già nella sua tomba, ma lì, sotto la loggia vetrata, nella poltrona di cuoio, carico di scialli, vicino a Marcuccio che scriveva o faceva la calza, con i suoi gomitoli di lana... — lì, nella sala terrena, dov'era il cembalo, il bellissimo cembalo a coda, in ebano luccicante, sul quale, un certo pomeriggio ch'eran rimasti soli, ell'aveva suonato per distrarre l'infermo una vertiginosa fuga di Bach, quand'era entrata la piccola Natalissa con il suo fascio di rose gialle... Abitava lassù, nella stanza chiusa, buia, morta.

Rabbrividirono.

E nel loro amore, che si era quasi dimenticato d'essere una cosa nefanda, ritornò a vivere lo sgomento di allora, il tradimento che li agghiadava e li ubbriacava, la febbre di tante lussurie che consumarono vicino alla morte.

Quando la notte incominciò, nell'alte stanze della casa la nutrice sonnolenta cullava il bimbo nella cuna, cantilenando con una nenia lenta lunga lenta, che i muri antichi ripercotevano.

«Fai la ninna, fai la nanna,

fantolino della mamma...

. . . . . della mamma...»