Ed allora quando si coricarono, lontani, senza dirsi parola, stretti nel peccato che li univa come in un gelido sudario, a poco a poco, nell'alta camera dell'infante, anche la nutrice s'addormentò.
Il silenzio divenne profondo come la fuga di un fiume sotterraneo. Ma udivan entrambi, nello spessore [pg!347] delle pareti, piovere, scendere, un non so che d'inafferrabile, che non faceva rumore, come neve.
Eran presso e lontani, solo divisi da una fragile parete; facevan quasi uno sforzo mentale per allontanarsi ancor più; ma provavano tuttavia la sensazione che l'ombra li tenesse avvinti, bocca su bocca, mortalmente, implacabilmente avvinti, in un amplesso che li stremava d'ebbrezza e di terrore.
Ma d'improvviso ricominciò a passare, come per un miracolo della memoria, quella notte che ormai erasi evaporata nella dispersione continua del Tempo. E come allora, d'un tratto rividero nella chiara camera funeraria il raggio di luna che vestiva il cadavere dal piede alla fronte, poltrendo su l'ampiezza del letto come un fascio di bianca elettricità...
. . . . . . .
«... non solo morto pareva, ma deposto sopra un catafalco luminoso, e freddo pareva di quell'algida luce che somigliava stranamente al colore della sua carne, al gelo della sua materia spenta.
— «Vedi, — egli disse — com'è tranquillo?»
Ma ella non rispose, forse non l'udì, assorta com'era nel guardarlo, cogli occhi avvinti, la respirazione ferma, il cuore sospeso.
Gli usciva dal lenzuolo una mano, e quella mano pesava nella coltre come fosse piombo.
Alte, nel miracolo della notte, le stelle così numerose che parevan nel deserto cosmico una bufera di polvere in combustione, infuriavano di splendore come fosforo avvampato, come resina in fiamme, come cristallo frantumato nella sabbia e balenante sotto lo sfarzo del sole. La notte bruciava ne' suoi vertici, aveva sopra il suo fosco edificio invaso d'ombre una cupola incendiata; l'eternità era espressa in luce, l'infinito aveva i suoi limiti nella magnificenza del fuoco.