— «Vedi?» —

E la nuvolaglia se n'andava piano piano, il raggio tornava, più mite, più forte, parendo invadere la stanza e colmarla come un fiume.

— «Via... via... — balbettò quando fu ritta; — pórtami via!»

Su l'uscio, nell'entrare in quell'altra camera, involontariamente si baciarono.

— «Dammi da bere!... — ella fece, comprimendosi il petto soffocato, — brucio di sete!»

— «Acqua? — egli disse. — Non ho che acqua.»

Un lungo trillo melodico empiva la notte incantata, e nel rifugio dell'alto suo ramo il cantatore solitario snodava, buttava i suoi gorgheggi con impetuosa magnificenza, come nell'aria brillando lancia i suoi vertici una fontana. Di tanto in tanto qualche rana grassa metteva nelle pause del canto la sua sgangherata [pg!350] vociaccia, come se le vellicassero il ventre viscido per farla ridere, o si fosse ubbriacata fino a creparne del buon odore che mandavano i gelsomini.

Egli si andò a sedere su l'orlo del letto, curvo, stanco, tenendo i gomiti su le due ginocchia, le mani allacciate, la fronte china.

Ella fece per la camera un lungo giro e si fermò alla finestra, guardando fuori, curiosa, nella notte stellata.

Soffiava ora un poco di vento; i prati lontani mutavano colore.