Ella disse, come allora, deponendo i fiori:

— Povero, povero amico mio...

Ed egli, con una specie di atono stupore, andava leggendo le parole incise nella pietra funeraria:

GIORGIO AURELIO FIESCO
INGEGNERE DELLA MINIERA DI HASWILL
COSTRUTTORE DEL PONTE DI CIMBRA
NATO... MORTO...
PACE

«Pace» — Che mai significava questo voto funerario? C'era forse una verità superumana in questo segno di quattro lettere? Quale senso aveva? Era essa una parola di ammonimento?... Una sigla tombale?... Una fredda ipotesi?...

Era una parola: — ossia niente.

«Pace»

[pg!354] Tuttavia, nell'irrealità universale della umana conoscenza, pareva che questa parola avesse un significato maggiore di tutte le altre, più profondo, più interminabile... «Pace»

Ed egli pensava:

«Qui dorme l'uomo che uccisi. Di sotto quel puro marmo la sua faccia devastata mi guarda. Ride, ride... come allora... sì, me ne ricordo. — È un fatto grave? — Non è grave: è nulla.»