Davanti alla opaca terra che nasconde il perpetuo marcire che si compone di dissolvimento in ogni átomo della sua polvere, la morte non era più una cosa grave, non era più che un'astratta immanenza del passato nell'avvenire, in verità somigliante alla parola: «Pace», — una specie di sorda memoria delle cose che furono, dentro quelle che saranno.
Egli rilesse, questa volta con maggiore attenzione, le parole incise:
GIORGIO AURELIO FIESCO
INGEGNERE DELLA MINIERA DI HASWILL...
D'un tratto, come se si squarciasse nel suo cervello una densa tenebra, umanamente lo rivide, com'era nella sua gioventù, quando insieme avevano intrapreso ad ascendere per il cammino della vita. E intanto rileggeva macchinalmente la parola di quattro lettere, vuota come un cerchio d'ombra che s'allargasse nel brillante etere, la parola che gli sembrava beffarda come il sogghigno della morte... «Pace»
Sul marmo polito un'iride di sole picchiava nel triangolo della terra «A»: la pietra balenante si purificava nel fuoco settemplice dell'arcobaleno.
Da quando Giorgio era morto, ella non aveva pregato mai più; teneva ora le mani congiunte, ma il cuore [pg!355] non le suggeriva alcuna parola, ed anzi le pareva ormai che fosser morti anche il senso e l'ideale della preghiera.
D'un tratto egli afferrò le sue mani, ch'erano intrecciate, le strinse con una dura forza, e la condusse via.
Oh, come cantavano le nidiate in quel mattino di primavera!... Quanto sole, quanto sole a perdita d'occhio, su la magnificenza della vita!...
Varcaron il cancello, e, fermi su la proda, guardaron abbacinati nel chiarore della strada maestra.
Venivano in su due carri, al passo, levando poca polvere; i carrettieri distesi sulla paglia, cantavano a voce spiegata.